Articoli

 

(selezione)

 

 

1 -   Luciano Marucci, La legittima riscoperta di un genio musicale italiano, “Corriere Adriatico”,

17 novembre 1997

1b -   Anna Maria Novelli, Gabriele D’Annunzio: alibi musicale per una conversione, “Hortus”, n. 23/2000, pp. 135-141.
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2 -   Idem, Il talento multiforme di Tebaldini, “Corriere Adriatico”, 18 agosto 2000

 

3 -   Idem, La tragica resistenza in un’opera musicale, “Corriere Adriatico”, 24 aprile 2001

 

4 -   Raffaella Nardella, La cultura verdiana nell’insegnamento di Tebaldini, “Aurea Parma”, a. LXXXV, fasc. I, Parma, gennaio-aprile 2001 (vedi “Studi recenti”)

 

5 -   Un’opera musicale  ispirata al tragico evento della resistenza marchigiana, “Regione Marche”, giugno 2001

 

  6 -   Anna Maria Novelli, Tragico evento della resistenza sublimato da un’opera musicale, “Hat”, autunno- inverno 2001

 

7 -   l.[uciano] m.[arucci], Riuscita serata Verdiana, “Corriere Adriatico”, 4 dicembre 2001

8 -   Raffaella Nardella, Verdi e Tebaldini: idealità convergenti, “Gazzetta di Parma”, 24 dicembre 2001

 

9 -   Idealità convergenti: Giuseppe Verdi e Giovanni Tebaldini, “Regione Marche”, gennaio-febbraio 2002

 

10 - Celebrazioni di Giovanni Tebaldini, “Corriere del Cittadino”, aprile-maggio 2002 

11 - Tebaldini ricordato come sambenedettese, “Il Messaggero”, 6 maggio 2002

12 - Una straordinaria rassegna di Musica Sacra che onora le nostre Marche - Virgo Lauretana, “Regione Marche”,

       maggio 2002

 

13 - Marco Bizzarrini, Tebaldini, custode della musica sacra, “Giornale di Brescia”, 11 maggio 2002

 

14 - Massimo Pastorelli, Rassegna Internazionale di Musica Sacra “Virgo Lauretana”, “Musica”, maggio 2002

 

15Il Maestro Giovanni Tebaldini a cinquant’anni dalla morte, “Corriere Proposte”, giugno 2002

 

16 - Vera Pattini, Tebaldini Saggista, “BresciaMusica”, giugno 2002

17 - Luciano Marucci, Giovanni Tebaldini. Alla riscoperta di un genio musicale, “Il Piceno”, n. 4, dicembre 2002

 

18 -  Anna Maria Novelli, Giovanni Tebaldini nella musica sacra, “Rivista Internazionale di Musica Sacra”, nuova serie, a.

        23, n. 2, LIM, Lucca, 2002 (vedi “Studi recenti”)

 

19 -  Con Fisiognomica ideale un omaggio a Tebaldini, “Il Messaggero”, Marche, 8 febbraio 2003

 

20 -  Anna Maria Novelli, Giovanni Tebaldini e il triennio di Padova, “Il Santo”, a. XLIII, fasc. 2-3, Centro Studi

        Antoniani, Padova, 2003 (vedi “Studi recenti”)

 

21-  Giovanni Tebaldini: Il canto gregoriano nella musica moderna (a cura del “Centro Studi e Ricerche “G. T.”), “Rivista Internazionale di Musica Sacra”, nuova serie, a. XXV,  LIM, Lucca, 2004(vedi “Conferenze / Corsi d’istruzione”)

 

22 -  Tito Pasqualetti, Musica. La personalità e l’arte di Giovanni Tebaldini in un interessante carteggio, “Riviera delle

       Palme”, a. XXIII, n. 1, San Benedetto del Tronto, gennaio-febbraio 2007, p. 23

 

23 - Paolo Peretti, La figura di Giovanni Tebaldini. Un’intensa attività nelle Marche, “bresciaMUSICA”, a. XXI, n. 103, Brescia, febbraio 2007, p. 14

 

24 - Gian Paolo Minardi, Due testimonianze su Giovanni Tebaldini. Rivelò a Pizzetti che cosa è la musica, “Gazzetta di Parma”, 28.3.2007

 

25 - Gian Paolo Minardi, Giovanni Tebaldini. Un direttore da Verdi a Pizzetti, “Aurea Parma”, a. XCI, fasc. III, settembre- dicembre 2007, pp. 311-313


26 - Anna Maria Novelli, Due musicisti bresciani: Marco Enrico Bossi e Giovanni Tebaldini. Una lunga e sincera                amicizia, “bresciaMUSICA”, a. XXI, n. 107, dicembre 2007, p. 15

27 - Gian Paolo Minardi, Il classico in discoteca. Un raro CD. Tebaldini, una «Sonata» per riscoprire l’artista amato da  Verdi e Pizzetti, “Gazzetta di Parma”, 14.4.2008


28 - Tamburrini Guerrino, La musica sacra liturgica. Attualità del pensiero di Giovanni Tebaldini, «Risveglio musicale», a. 28: (prima parte) n. 1, gennaio-febbraio 2009, pp. 9-11; (seconda parte) n. 2, marzo-aprile 2009, pp. 8-9. Versione PDF (38 KB)

 

29 - Luciano Marucci e Anna Maria Novelli, “La vita è un soffio...”. Pierluigi e Igino traditi dalla montagna, “Hat”, n.            49, estate 2009, pp.66-67. Versione PDF (190 KB)

 

30 - Erminia Tosti Luna, L’Auditorium di San Benedetto del Tronto intitolato al musicista e musicologo Giovanni
       Tebaldini
, “flash”, a. XXX, n. 369, Ascoli Piceno, settembre 2009, p. 20. Versione PDF (656 KB)

 

31 - Tito Pasqualetti, Corrispondenza d’amorosi sensi tra Antonio Fogazzaro e Giovanni Tebaldini, “riviera delle palme”,        a. XXV, n. 6, novembre-dicembre 2009, pp. 1a, 2 a, 3a, 4 adi copertina. Versione PDF (10,6 KB)

32 - Luciano Marucci, Il musicista Giovanni Tebaldini nel 150° dell’Unità d’Italia, “Marche” n. 9-10/2011, pp. 56-57.
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33 - Michele Bosio, [recensione Cd «Opera omnia per organo; Opere sacre per coro»], Edizione Tactus 2012 per il Centro
      Studi Lauretani, “Musica”, n. 242, dicembre 2012-gennaio, p. 88. Versione PDF (208 KB)

34 - Enrico Raggi, Tebaldini, nelle radici del gregoriano il rinnovamento della musica sacra, “Giornale di Brescia”, 20 dicembre 2012, p. 61. Versione PDF (120 KB)

35 - Michele Bosio, [recensione Cd «Opera omnia per organo; Opere sacre per coro»], Edizione Tactus 2012 per il Centro Studi Lauretani, “Arte Organaria e Organistica” (di prossima pubblicazione). Versione PDF (… KB)

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1                                                        Il Maestro Giovanni Tebaldini e la musica sacra

La legittima riscoperta di un genio musicale italiano

 

A San Benedetto del Tronto molti ricordano ancora un vecchietto canuto, malfermo sulle gambe e dalle spalle curve che abitava in via Crispi, a pochi passi dalla Chiesa dei Sacramentini dove si recava quotidianamente. Era Giovanni Tebaldini, guardato con rispetto e ammirazione perché era stato un valente musicista. Lombardo di nascita, per circa mezzo secolo divenne marchigiano d’adozione. Malgrado l’età, aveva una invidiabile lucidità mentale, tanto che fino alla morte, avvenuta nel 1952, fu corrispondente di prestigiosi periodici, tra cui “La Scala” di Milano. Nel 1951, per il primo centenario della morte di Giuseppe Verdi, fu lui (ottantasettenne) a tenere, al circolo cittadino, una memorabile conferenza che affascinò i numerosissimi intervenuti.

 

I rapporti con Giuseppe Verdi

 

Egli aveva avuto i primi rapporti con Verdi quando era a Venezia. Tramite Giulio Ricordi, il Maestro di Busseto lo incaricò di trovare “materiale locale” (qualche danza veneziana del 1400-’500) da cui trarre ispirazione per l’Otello. Successivamente Tebaldini lo aveva conosciuto di persona, quando, tra il 1897 e il 1901, fu direttore del glorioso Conservatorio di Parma. Per i saggi di fine anno degli studenti sceglieva autori antichi che egli andava riscoprendo: Cimarosa, Paisiello, Boccherini, Benedetto Marcello... Dopo uno di questi concerti, Verdi gli scrisse: “Mi rallegro che in una esecuzione musicale di un Conservatorio Italiano siasi eseguita musica italiana! È una meraviglia!”. Aveva mantenuto legami con lui fino alla scomparsa (1901) e conservò sue lettere e un grande ritratto con dedica oggi gelosamente custodito dagli eredi.

 

Gli studi profondi e la rapida carriera

 

Giovanni Tebaldini era nato a Brescia nel 1864 da umile famiglia. Il padre armaiolo, cantante nel coro parrocchiale, lo avviò all’amore per la musica, ma, quando a nove anni rimase orfano di madre, fu il cugino Padre Giovanni Piamarta (recentemente beatificato dal Papa) a radicare in lui la convinzione che avrebbe dovuto studiare seriamente e dedicarsi alla musica sacra di qualità. Ricevette i primi rudimenti a Brescia e, quindicenne, era già organista in chiesa. A 17 anni vinse un concorso per maestro d’organo a Vespolate (borgata del novarese), poi, grazie a una borsa di studio, si trasferì a Milano per frequentare il Conservatorio, dove fu allievo di composizione di Amilcare Ponchielli. Contemporaneamente era “accompagnatore al piano” in una scuola serale diretta da Padre Guerrino Amelli che gli fece conoscere la paleografia musicale, il canto gregoriano e la polifonia vocale. Per mantenersi agli studi, cominciò a collaborare a giornali e riviste specializzate e alcune vivaci polemiche condotte con autorevolezza gli valsero l’invito di Giulio Ricordi a scrivere sulla “Gazzetta Musicale di Milano” e su “Musica Sacra”. In quegli anni si andava sviluppando un movimento a favore di una rinnovata dignità dell’arte musicale sacra. Il Tebaldini sosteneva con altri il ritorno allo spirito gregoriano e palestriniano. Un suo articolo contro una messa composta da un professore del Conservatorio gli costò l’espulsione e fu costretto a trasferirsi come organista a Piazza Armerina in Sicilia. Nel 1888 si recò in Germania (dove la musica sacra aveva grande rilievo) per assistere alle rappresentazioni delle opere di Wagner e rimase a studiare nella famosa scuola di Ratisbona sotto la guida dei rinomati Haberl e Haller. Nel 1889 diventò direttore della Schola Cantorum della Basilica di San Marco a Venezia e cominciò ad utilizzare spartiti di grandi maestri del passato giacenti nell’archivio, da lui sottratti alla polvere del tempo, trascritti e ridotti in partitura moderna. Gli autori si chiamavano Cavalieri, Monteverdi, Scarlatti, Frescobaldi, Palestrina, Pergolesi... Fu considerato lo scopritore di un tesoro nascosto. I suoi vasti interessi intellettuali lo spinsero a stabilire feconde amicizie con uomini illustri di diversi campi della cultura: da Arrigo Boito a Luigi Nono, da Antonio Fogazzaro ad Adolfo De Carolis, Pietro Mascagni, Arturo Toscanini, fino a Salvatore Di Giacomo e don Luigi Sturzo.

 

Papa Pio X e la riforma della musica sacra

 

Il cardinale Giuseppe Sarto, il futuro Papa Pio X (santificato), nel 1891 lo volle conoscere di persona e lo invitò a tenere a Mantova un concerto di “musica buona”. Ambedue nutrivano la convinzione di far risorgere la polifonia.  Già nella prima metà dell’Ottocento il marchigiano Gaspare Spontini lamentava le scandalose esecuzioni di musica sacra in Italia. Nel 1838 fu emanato un editto contro l’ “abuso delle musiche teatrali nelle Chiese”. Per il Papa Gregorio XVI lo stesso Spontini redasse un ampio rapporto sulla riforma della musica sacra in Italia che, però, rimase lettera morta. Tra la fine del secolo e il principio del ‘900, fu indetto un Congresso Nazionale per dibattere l’argomento (Tebaldini fu nominato segretario generale) e si deve ad un manipolo di riformatori di quel periodo la più bella riconquista musicale del XIX Secolo che riportò nelle nostre chiese la polifonia classica ed il canto gregoriano. Nel 1903 Pio X pubblicò il “Motu proprio” in cui si affermava la necessità di ricondurre la musica sacra ai fondamentali principi della liturgia e ai canoni della vera arte. Per assicurarsi che la riforma fosse applicata, ricevette più volte il Tebaldini degnandolo di segni di stima e profondo affetto. Quando il musicista lamentava che la musica vera era considerata difficile, il Papa chiedeva: “I siori canonici cossa diseli?”.

“I dise, Santità, che mi, co’ la mia musica, li indormenzo”.

“No xe po’ gran mal sto fato, Maestro, xe sempre megio che lori i si indormenzi in Giesa, piutosto che i bali!”

Passato da Venezia (dove subentrò Lorenzo Perosi) a Padova, riordinò compiutamente l’archivio della Cappella Musicale e diresse le celebrazioni per la festa centenaria di Sant’Antonio.

Con l’amico Marco Enrico Bossi pubblicò un “Metodo per l’organo moderno” (per molti anni adottato dalle scuole italiane) e compose una “Missa pro defunctis” che venne eseguita al Phanteon di Roma nel 1908 per le annuali esequie del Re Umberto I che era stato assassinato, così i familiari conobbero la Regina Margherita.

 

Ildebrando Pizzetti allievo prediletto

 

Come direttore del Conservatorio di Parma, fece conoscere agli allievi il canto gregoriano e la polifonia, istituendo per la prima volta in Italia una classe per il loro insegnamento e ottenendo la convinta partecipazione di alcuni allievi tra cui Vito Frazzi e Ildebrando Pizzetti. Ma i nemici tramavano nell’ombra e non consentirono a Tebaldini una vita facile, attaccandolo con critiche pretestuose. Lo consideravano un visionario e lo incolparono di spese eccessive per esercitazioni, concerti ed ingressi ai teatri; di acquisti ingiustificati per la biblioteca, di “correre con un manipolo di allievi per godere l’audizione di orchestre più o meno famose [...]” (una di esse era quella di Toscanini...).

Pizzetti, musicista tra i più significativi del nostro secolo, che restituì italianità all’opera lirica in un momento di decadenza e di esterofilia, mantenne nel tempo la stima per il suo direttore che lo aveva indirizzato verso scelte culturali di fondo. Nella prefazione all’opuscolo “La musica dei Greci” si legge: “Ho sempre in mente i suoi preziosi insegnamenti e ricordo il fervore che faceva vibrare la sua voce, mentre Ella si studiava di far comprendere e ‘sentire’ ai giovani discepoli la divina bellezza delle antiche melodie [...]. In esse è un meraviglioso tesoro di espressioni che un musicista non può ignorare senza vergogna [...]. La sua intelligentissima opera di riforme didattiche, che avrebbe dovuto essere non solo riconosciuta ma benedetta, dentro e fuori del Conservatorio fu avversata, osteggiata accanitamente senza ragione alcuna. E per me so che al suo esempio e ai suoi insegnamenti io debbo non solo alcuni degli anni di mia vita più dolce a ricordare, ma anche l’aver sentito la necessità di studiare amorosamente le antichissime musiche e teorie musicali [...]. Io la prego di accettarne la dedica in segno della memore gratitudine e del non mutabile affetto [...]”. Fu lui che nel 1938 diresse all’EIAR di Torino il poema sinfonico del suo maestro “Rapsodia di Pasqua”.

 

Attività alla Cappella Musicale di Loreto

 

Il Tebaldini, messo sotto inchiesta per le vicende di Parma, psicologicamente provato, diede il concorso come direttore della Cappella Musicale di Loreto.  Naturalmente lo vinse (tra i membri della giuria c’erano Giuseppe Gallignani e Giacomo Puccini) e accettò l’incarico prima che l’allora Ministro della Cultura gli inviasse una lettera di congratulazioni per due vittorie: Loreto e l’essere uscito senza colpe dall’inchiesta di Parma. A questo punto non poteva tornare indietro e nella cittadina mariana, dove ha lavorato per un quarto di secolo, oltre alle normali funzioni, si attivò come musicologo e fu chiamato a destra e a manca a tenere concerti, conferenze e convegni, continuò l’opera di trascrizione di antiche musiche sacre, ne compose di sue (tra cui, L’Infinito e Amore e Morte con i versi di Giacomo Leopardi ed Epicedio ispirato all’assassinio dei fratelli Brancondi di Loreto avvenuto nel 1944 per mano dei nazisti in ritirata).

Il Bollettino Ceciliano di Montecassino (autorevole organo di stampa del settore) nel 1908 scriveva: “Non è vero che nelle Marche non vi siano Scholae Cantorum..., abbiamo la Cappella di Loreto”.

Dopo la pensione, fu chiamato dall’amico Francesco Cilèa ad insegnare al Conservatorio di Napoli Canto Gregoriano e Polifonia. Sempre nel capoluogo partenopeo diresse l’Associazione Scarlatti. Nel 1930 fu direttore dell’Ateneo Monteverdi di Genova.

 

I riconoscimenti ufficiali

 

Sebbene tardivamente, “per la sua dedizione alla musica, l’opera di compositore e riformatore”, venne nominato Accademico di Santa Cecilia e, nel 1940, Accademico d’Italia.

Quando era già piegato dalla vecchiaia, rievocava con immutata passione, nella corrispondenza e negli articoli per quotidiani e riviste, gli anni della sua vita dinamica e senza compromessi, come la polemica su un plagio di Strauss, da lui scoperto, che ebbe risonanza internazionale. Allora riceveva la visita di importanti personaggi (da Roma, per esempio, giungeva il critico Mario Rinaldi che nel 1951 parlò sulla Traviata anche al Ventidio Basso di Ascoli). Il suo ultimo saggio uscì su “La Scala” unitamente ad un toccante necrologio del critico del “Corriere della Sera” Franco Abbiati, anch’egli suo allievo.

Inserito nelle storie della musica del Novecento e in numerosi dizionari enciclopedici, tra cui la Treccani, è stato approfonditamente studiato in due voluminose tesi: una di Padre Edoardo Negri per il Conservatorio di Milano ed una dell’americana Shirley Philibert per il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Anche lo storico prof. Enrico Liburdi, che lo seguì fino alla morte, gli dedicò un’affettuosa e acuta pubblicazione, mentre San Benedetto, Brescia e Loreto (dove si trova la tomba di famiglia) gli hanno intitolato una via.

Qual è oggi la situazione della musica sacra? Il Concilio Vaticano II, pur ribadendo certi principi, ha dato spazio ad “altro”. Sta di fatto che in chiesa i canti sono andati sempre più degenerando verso la spettacolarità per la ricerca di facili consensi a svantaggio dell’elevazione mistica. A Loreto ogni anno si organizza una seria Rassegna Internazionale delle Cappelle Musicali, ma è un evento isolato.

Comunque, nonostante i mutamenti avvenuti negli anni, l’idealità di Tebaldini e il suo messaggio artistico restano. Al di là delle pregevoli composizioni sacre e profane, del meritorio lavoro di illuminato didatta, riformatore e restauratore della gloriosa musica del passato, o delle opere letterarie realizzate, ci hanno spinto a ricordarlo, nel 45° anniversario della morte, la sua vocazione sviluppata con saggezza e coerenza, le  coraggiose scelte controcorrente e la dirittura morale. Tutte doti oggi purtroppo divenute inattuali in un contesto sociale dove i valori culturali e spirituali hanno perso il vero significato.

 

 

2                                                               Il talento multiforme di Tebaldini

Che la musica sacra, basata sulla polifonia e il canto gregoriano, stia suscitando presso gli studiosi e il pubblico un rinnovato interesse, è un fatto. Che dagli anni Cinquanta a ieri abbia trascorso un periodo di relativo oblio, è altrettanto vero. Ma tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento essa fu riportata all’attenzione da un manipolo di appassionati, con a capo don Ambrogio Amelli e, a partire dal 1882, a Milano (appoggiati da Giuseppe Sarto, arcivescovo di Mantova e poi papa col nome di Pio X), si fecero portabandiera della riscoperta e della trascrizione in partitura moderna di brani musicali di autori del Rinascimento e del Barocco italiano. Pochi sanno che tra questi benemeriti c’era un personaggio battagliero e rigoroso che per molti aspetti ha avuto a che fare con le Marche e il Piceno. Alludo a Giovanni Tebaldini, compositore, musicologo, organista e direttore d’orchestra, conferenziere.

Nato a Brescia nel 1864 da modesta famiglia e morto nel 1952 a San Benedetto del Tronto (dove aveva trascorso gli ultimi dieci anni presso la figlia Brigida Novelli), aveva frequentato il Conservatorio di musica di Milano (allievo di composizione di Amilcare Ponchielli) e la famosa Kirchenmusikschule di Ratisbona (in Germania). Possedeva una spiccata vocazione musicale, una cultura specifica e interdisciplinare che gli permise di diventare qualcuno nel vasto e complesso mondo musicale. Quando era direttore della Schola Cantorum della Basilica di San Marco a Venezia, cominciò a riportare alla luce antiche partiture conservate nella Biblioteca Marciana e nel 1891 tenne un “Concerto Storico” a “La Fenice” di Venezia proprio con l’intento di riproporre gloriosi autori pressoché dimenticati e di “tornare all’antico”. Passato alla direzione della Cappella Antoniana di Padova, continuò l’opera di riscoperta di testi musicali classici, tra cui Frescobaldi, Bassani, Caccini, Tartini, Martinengo, Monteverdi, Legrenzi, Traetta, Galuppi…

 

I rapporti con Giuseppe Verdi

 

Fu lì che, a mezzo di Giulio Ricordi, Giuseppe Verdi nel 1894 gli aveva fatto pervenire la richiesta di una canzone o danza popolare veneziana oppure greca del 1400-1600. Iniziarono così i rapporti con il maestro di Busseto (durati cinque anni), fatti di incontri (di cui il Tebaldini parlerà in diversi articoli e conferenze) e di significative lettere (pubblicate in più occasioni). Proprio questi rapporti saranno oggetto di un approfondito studio che la dottoressa Raffaella Nardella della Biblioteca Palatina di Parma sta approntando per un numero speciale della pubblicazione “Aurea Parma” (che uscirà nel gennaio prossimo),  interamente dedicato a Verdi, nell’ambito delle celebrazioni del primo centenario della morte avvenuta a Milano il 27 gennaio 1901. Tebaldini è stato a lungo, con Arturo Toscanini, l’ultimo testimone vivente che abbia avuto familiarità con Verdi. Per tutta la vita aveva nutrito una venerazione per il genio emiliano e, a ben 87 anni (sette mesi prima di morire) tenne al Circolo Cittadino di San Benedetto del Tronto la sua ultima conferenza commemorativa per il cinquantenario della scomparsa del grande musicista (accompagnata da un concerto diretto dal Maestro Grati con i cantanti Lari Giovannetti Scipioni e Antonio Galiè).

Del Tebaldini si è occupato lungamente anche il musicologo milanese Luigi Inzaghi che nel volume La musica a Milano, in Lombardia e oltre, curato dall’Università Cattolica (Edizioni Vita e Pensiero), uscito recentemente, ha tracciato un profilo biografico-critico del multiforme personaggio, attraverso le principali tappe della sua carriera: da quando a soli quindici anni istruì i cori per l’opera Ruy Blas di Filippo Marchetti a Macerata, alla direzione delle Scholae Cantorum di Venezia e Padova, a quella del prestigioso Conservatorio di Musica di Parma, dove, tra le lotte con la massoneria, Verdi gli fu costantemente vicino. Una volta si recò nella sua villa di Sant’Agata, ricevuto con gli alunni dell’ultimo anno, compreso quell’Ildebrando Pizzetti che diverrà uno dei massimi compositori del Novecento. Il Tebaldini successivamente si trasferì, quale direttore di Cappella alla Basilica di Loreto, luogo da cui spesso partiva per conferenze, concerti ed incarichi ministeriali. Dopo la pensione, tenne la Cattedra di “Esegesi palestriniana e canto gregoriano” appositamente istituita per lui dall’amico Francesco Cilèa (direttore del Conservatorio di musica “San Pietro a Majella” di Napoli) e fu a capo del Liceo Musicale “Monteverdi” di Genova. Sempre nella città partenopea, fu tra i fondatori dell’Associazione “Alessandro Scarlatti” che nell’autunno scorso ha festeggiato gli ottant’anni con una sua trascrizione-esecuzione (la famosa “Rappresentazione d’Anima e di Corpo” di Emilio de’ Cavalieri, data spesso in Italia e all’estero) in un concerto eseguito nella chiesa di allora.

 

L’amicizia con Lorenzo Perosi

 

Altra importante pubblicazione che tratta del nostro Lorenzo Perosi – Documenti e Inediti (Akademos Editrice, 1999), curata da Andrea Amadori di Cesena, che qualche anno fa fu ospite di Ascoli in occasione della conferenza-audizione sul musicista di Tortona tenutasi in Cattedrale. In essa appaiono significative lettere del Tebaldini a Perosi il quale frequentò, su suo consiglio, la scuola di Ratisbona e gli successe nella direzione della Schola Cantorum di Venezia. L’edizione si associa a quella di Mario Saranica uscita da Guaraldi (Rimini, 1999) con il titolo Lorenzo Perosi, recante altre testimonianze del sodalizio tra i due sostenitori della musica sacra. (Dopo la morte di Perosi fu trovata sul suo scrittoio una lettera indirizzata al Tebaldini - oggi conservata nella Biblioteca Vaticana - che egli non aveva avuto il tempo di spedire).

Nel 2002 cadrà il cinquantesimo anniversario della morte di Giovanni Tebaldini a cui il Comune di San Benedetto (come pure quelli di Brescia e di Loreto) ha dedicato una via. Si sta già pensando ad una doverosa commemorazione per riportare all’attenzione la sua esemplare attività nel campo musicale. Va ricordato che, al di là della sua ideale e reale azione riformatrice e della frequentazione di insigni personalità dell’epoca, ha al suo attivo più di 250 composizioni (tra musica sacra, profana e trascrizioni), un elevato numero di concerti da lui organizzati e diretti, circa 170 conferenze, edizioni di libri, 400 tra saggi e articoli apparsi su varie testate (alcune da lui fondate), compresa la famosa rivista “La Scala” di Milano (curata dal critico Franco Abbiati) a cui collaborò fino alla morte.

Luciano Marucci

 

 

 

3                                                             Pubblicato il libro “Per un Epicedio”

 

LA TRAGICA RESISTENZA IN UN’OPERA MUSICALE

 

È uscito in questi giorni un libro dal titolo Per un Epicedio, a cura del musicologo Luigi Inzaghi di Milano e di chi scrive, che ben si concilia con la prossima ricorrenza del 25 aprile. Esso rievoca, inquadrandolo nel contesto storico, un tragico episodio avvenuto tra Loreto e Castelfidardo nel giugno del 1944 ad opera dei nazi-fascisti che uccisero, peraltro senza che vi fossero gravi motivi, i fratelli Paolo e Bruno Brancondi.

Il collegamento tra il Piceno e il funesto evento è dato dal fatto che il musicista Giovanni Tebaldini, in quel periodo dimorante tra Loreto e San Benedetto del Tronto (dove successivamente si stabilì per quasi 10 anni e si spense nel maggio del 1952), impressionato dall’eccidio, compose un’opera per orchestra, intitolata appunto “Epicedio” (canto funebre), capace di restituire all’attualità la commozione che l’inesplicabile episodio aveva destato più di mezzo secolo fa.

Il libro contiene materiali inediti tra cui un circostanziato diario tenuto all’epoca dal Tebaldini e ritrovato nel carteggio di un suo famoso allievo, il Maestro Ildebrando Pizzetti, a cui egli lo aveva inviato insieme alla partitura; una lunga corrispondenza tra il compositore e la Signora Luisa Gribaudo, moglie di Paolo; immagini relazionate ai testi; importanti testimonianze di personaggi del mondo culturale del tempo sulla validità della composizione musicale; una sua lettura critica e la riduzione per pianoforte della stessa.

La pubblicazione ha un particolare valore storico-artistico. Infatti, poco è stato edito fino ad ora su episodi legati alla Resistenza nelle Marche, e il suo taglio interdisciplinare la sottrae ad ogni dubbio di retorica e a sospetti di strumentalizzazioni. Di riflesso serve a far meditare sull’assurdità della guerra, sulle sue devastazioni non soltanto materiali, a porsi contro l’ignoranza, l’insensibilità, l’arroganza e la violenza per riaffermare il ruolo positivo dell’uomo nella realtà in divenire. Nello stesso tempo l’epistolario ricrea il clima dell’ambiente intellettuale della metà del Novecento dando informazioni storiche, biografiche e sulla genesi, lo sviluppo e l’esito del lavoro musicale.

Come si vede, un modo insolito di intendere la Resistenza, non solo riferito alla storia, ma con elevate implicazioni culturali.

Ma chi erano i fratelli Brancondi? Paolo, laureato in ingegneria, lavorava alla “Piaggio” di Pontedera. Durante la guerra era tornato nelle Marche e nel maggio del 1944, a 38 anni, si era messo a capo di un gruppo parallelo al locale “Comitato di Liberazione Nazionale”. Con lui era anche il fratello Bruno, studente universitario di 23 anni. Poiché un noto fascista del luogo aveva fatto ai tedeschi dei nomi, la loro abitazione fu perquisita. Trovata una carta carbone, da cui furono individuati i componenti del “Gruppo”, e coccarde tricolori, vennero imprigionati e portati al Comando tedesco di Castelfidardo. Dopo interrogatori e confronti con altri prigionieri, all’insaputa di tutti, furono trucidati e i loro corpi sepolti in campagna. Il fatto inaudito fu, e il diario del Tebaldini lo testimonia chiaramente, che il giorno dopo (30 giugno) sulla porta del negozio Brancondi venne affisso un manifesto, in italiano sgrammaticato, in cui s’informava dell’arresto e si intimava ad altre persone di consegnarsi, pena la fucilazione dei Brancondi (sic!). Letto il bando e pensandoli ancora vivi, il vescovo di Loreto e il frate cappuccino Padre Emidio da Ascoli andarono a parlare col generale tedesco il quale li informò della avvenuta esecuzione (“Perfida menzogna quindi lo stesso manifesto della mattina del 30 escogitato soltanto per far cadere qualcuno degli altri dieci accusati nella pània tesa sinistramente e diabolicamente dal Comando” – scrive Tebaldini). Solo due giorni dopo i tedeschi si ritirarono e arrivava l’esercito di liberazione anglo-americano. (“Alle ore 12 circa giungeva numerosissimo e fortemente equipaggiato il contingente di truppe che si credono anglo-americani. La popolazione fa ad esse… molte feste. Io, riflettendo sulla sorte toccata a ben 50 città nostre, mutilate, a Montecassino, ai circa 200 mila italiani sacrificati dalla armi alleate cosiddette liberatrici, non sono capace di recarmi a siffatta dimostrazione. Si viene poscia a conoscenza che il contingente di truppe qui arrivato, è composto da una divisione polacca. Gli anglo-americani verranno in seguito. Alle finestre del municipio sono state subito issate le bandiere inglese ed americana… più tardi la polacca; …l’italiana? In soffitta!

Per mio conto, riguardo al volume Letture del Risorgimento compilato da Giosuè Carducci, ai Martiri di Belfiore dovuto al Canci-Martini nella edizione di Guido Mazzoni, rivedo l’Ode Sicilia e la Rivoluzione, che è del 1860, pure di Carducci, soffermandomi sull’ultima quartina:

E tu, fine degli odii e dei lutti, / Ardi, o face di guerra, ogni lido? / Uno il cuore, uno il patto, uno il grido: / Né stranier né oppressori mai più! Dio volesse!”).

I corpi furono ritrovati a distanza di una decina di giorni; l’autopsia evidenziò colpi di arma da fuoco, ma anche fratture multiple.

Quanto riportato è sufficiente a far capire la posizione ideologica indipendente del musicista che, come intellettuale al di sopra delle parti, condannava la guerra senza riserva alcuna e teneva a che l’identità e la libertà della nazione fossero salvaguardate.

Tebaldini, soprattutto in due lettere, parla della condizione in cui vivevano i loretani e i sambenedettesi. In quella scritta da Loreto il 18. VI. ‘944 alla figlia Emilia che risiedeva a Milano, dice: “[…] In questi giorni viviamo noi pure, al di sopra e al di sotto degli avvenimenti bellici, ore istoriche di trepidanza e di incertezze grandissime. I tedeschi – evidentemente – si dispongono a ritirarsi verso il nord, ma lo fanno disordinatamente rubando e facendo danni dappertutto. Cavalli, buoi, asini in campagna; biciclette, carrozzelle, carri, birocci…, tutto quello che capita loro sottomano, anche in città; derrate, abiti, indumenti in genere, tutto che loro si offra di trasportabile, caricano sui loro carri, comprese compiacenti giovinette… e via! Se poi qualcuno è colto isolatamente su le strade di campagna, è obbligato ad adattarsi a qualsiasi basso mestiere loro imposto. Pena qualche buona staffilata. [...] Intanto anche l’altra notte i tedeschi hanno battuto in diverse case, compresa la nostra, pretendendo di entrare… a far cosa? A rubare certamente! Ma dall’altro ieri qui si gode un altro spettacolo. Essendo stato deliberato di assegnare ai poveri una quantità di grano gratuitamente (nei magazzini ce ne erano 26mila quintali), la folla diede l’assalto ai depositi rubando a destra e a sinistra in modo barbaresco ed impressionante. Chi più poteva carpiva anche al proprio vicino: se qualcuno non riusciva a trasportare la propria parte, altri l’aiutava rubandogliela addirittura. Alla distribuzione della carne, ieri, ci furono pur minacce di coltellate. Il fatto sta che viviamo tutti in un’ora tragica assai. Vedere poi, ed osservare in questi momenti le metamorfosi dei versipelle, è cosa pietosa e divertente assai. Ma dunque l’umanità è ancora tanto primitiva e sempre allo stato dell’età della pietra? Mussolini e Hitler si sono messi in grado di dimostrarlo [...]”.

Nell’altra, indirizzata a Pizzetti da San Benedetto del Tronto il 9 ottobre 1944, si legge: “[...] intanto si intensificava l’oppressione tedesca, degna del tempo di Autari e di Rotari, mentre dall’alto provvedevano gli anglo-americani a sanare le nostre ferite, come già a Montecassino! A questo ci doveva condurre (converrai tu pure) la lungimirante vista politica di quegli che fu chiamato il Duce d’Italia! Vedessi a questo proposito come è ridotta San Benedetto dal marzo scorso. In un comune di 24mila abitanti ben settecentocinquanta case fra distrutte e semidistrutte! [...]”.

Ai giovani che leggeranno tali pagine, può arrivare il monito di schierarsi contro ogni soluzione violenta dei conflitti; che certi fatti non possono essere dimenticati e che è necessario battersi perché non si ripetano. Non a caso il libro (edito senza scopi di lucro) è stato distribuito ai premiati del “Concorso 25 aprile” indetto, come ogni anno, dalla Provincia.

Alla sua concreta realizzazione (Grafiche D’Auria), hanno partecipato l’Assessorato alla Pubblica Istruzione della Provincia di Ascoli, i Comuni di San Benedetto, Castelfidardo e Loreto e la Fondazione Cassa di Risparmio di Loreto. È già stato espresso il proposito di organizzare per il prossimo anno (in cui cadrà il cinquantenario dalla morte di Tebaldini), nell’ambito della Rassegna Internazionale delle Cappelle Musicali, un concerto con l’Epicedio ed altre musiche del Maestro.

Alle ricerche hanno contribuito con impegno le insegnanti Renata Brancondi di Loreto (figlia del martire Paolo) e Anna Maria Novelli di Ascoli (nipote di Tebaldini).

Luciano Marucci

 

 

 

5                                        UN’OPERA MUSICALE ISPIRATA A UN TRAGICO EVENTO

     DELLA RESISTENZA MARCHIGIANA

 

Sono trascorsi 57 anni da un eccidio, perpretato dai nazi-fascisti tra Loreto e Castelfidardo ai danni di due giovani fratelli, Paolo e Bruno Brancondi, che avevano come unica colpa quella di agire, come tanti in quel periodo, in nome della libertà.

Il primo, nel maggio del 1944, si era messo a capo di un gruppo parallelo al locale Comitato di Liberazione Nazionale; il secondo, di soli 23 anni, non aveva esitato a seguirlo insieme ad altri amici. L’azione che portò alle tragiche conseguenze avvenne il 20 giugno. I partigiani catturarono un noto fascista, cameriere in un albergo di Loreto, perché non nuocesse in quei giorni critici e lo tenevano in isolamento sotto sorveglianza. Non si sa come, il prigioniero riuscì a liberarsi e fece ai tedeschi i nomi dei suoi sequestratori. Il 28 giugno si cominciò a temere per la sorte dei Brancondi. Nella loro casa arrivò la perquisizione tedesca. Furono trovate due pistole, una radio, delle coccarde tricolori, una carta carbone da cui si potevano leggere i nomi degli aderenti al gruppo. I tedeschi presero Bruno, la moglie di Paolo e altri due e dissero che, se Paolo non si fosse costituito, li avrebbero uccisi. Naturalmente Paolo si consegnò e, processato, la sera del 29, mentre gli altri venivano liberati, fu fucilato unitamente al fratello. I corpi, sepolti in campagna, furono ritrovati una decina di giorni più tardi, quando già erano giunte le truppe di liberazione e i tedeschi si erano ritirati “disordinatamente rubando e facendo danni dappertutto”.

Il luttuoso episodio è tornato di attualità in questi giorni per merito di un libro intitolato Per un Epicedio, a cura del musicologo Luigi Inzaghi di Milano e di chi scrive. Esso ricostruisce il contesto storico e riporta il diario del musicista Giovanni Tebaldini, all’epoca dimorante a Loreto e a San Benedetto del Tronto, il quale aveva annotato giorno per giorno gli accadimenti. In più egli, colpito profondamente dal triste evento, aveva trovato l’ispirazione per comporre un “Epicedio” (canto funebre) per orchestra, in memoria dei fratelli trucidati.

La musica è l’oggetto-chiave che permette il dipanarsi di una lunga corrispondenza tra il Maestro e la professoressa Luisa Gribaudo, vedova di Paolo. Della partitura il compositore parla ad altri musicisti, in primis al suo stimato e famoso allievo Ildebrando Pizzetti. Dopo l’esecuzione, avvenuta a Napoli nel 1948 con l’orchestra dell’Associazione “Scarlatti”, diversi sono i giudizi favorevoli sull’opera a lui pervenuti da parte di personalità. Insomma, il libro contiene materiali tutti inediti, utili a rievocare la commozione che l’inesplicabile episodio aveva destato. Inoltre, attraverso le pagine di un epistolario faticosamente rintracciato, ricrea il clima dell’ambiente intellettuale della metà del Novecento; fornisce informazioni storiche, ma anche biografiche sui personaggi; fa emergere la genesi e lo sviluppo del lavoro musicale. Nell’edizione – appoggiata dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione dell’Amministrazione Provinciale di Ascoli Piceno, dai Comuni di San Benedetto, Castelfidardo, Loreto e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Loreto -  è riportata anche la partitura, nella riduzione per pianoforte, associata ad una dotta analisi critica del Professor Inzaghi. Si tratta di una composizione che via via alleggerisce la gravità degli accadimenti terreni spaziando nella dimensione mistico-cosmica così da far assurgere l’eroico sacrificio a simbolo di dolore universale. Non a caso il Tebaldini in apertura cita alcuni versi tratti dai “Sepolcri” di Ugo Foscolo.

Pizzetti, mettendo a confronto tre composizioni del suo maestro, gli scrive: “Commossa e toccante la melodia del “Canto di Penitenza”, suggestivo la “Cantata della Pentecoste”; superiore a queste due opere, sì per la copia e varietà delle invenzioni melodiche e armoniche e ritmiche, e sì per la potenza di espressione drammatica e lirica, l’Epicedio.

Il libro traccia anche un profilo dell’eclettico Tebaldini, rimasto troppo a lungo nell’ombra, anche se stimato dagli specialisti di musica sacra. Particolare attenzione è rivolta alla sua attività del periodo lauretano. Nato a Brescia nel 1864, a soli 16 anni collaborava come direttore di coro nel Teatro di Macerata. Aveva poi studiato al Conservatorio di Milano sotto la guida di Ponchielli e, primo fra gli italiani, alla Kirchenmusikschule di Ratisbona (Germania). Era stato Secondo Maestro di Cappella in San Marco a Venezia, direttore della Cappella Musicale della Basilica di Sant’Antonio a Padova e poi del Regio Conservatorio di Musica di Parma (1897-1902). Dal 1894 fu in corrispondenza e in frequentazione con Giuseppe Verdi, insieme a Toscanini ultimo dei musicisti a poter dire di essergli stato amico. Come musicologo su di lui scrisse varî saggi, pubblicò ricordi e tenne conferenze. Per il primo centenario della morte del Grande di Busseto, la rivista “Aurea Parma” ha divulgato un numero speciale comprendente anche uno studio, a cura della Dott.ssa Raffaella Nardella, proprio sul rapporto Verdi-Tebaldini. L’Editore D’Auria, che già ha stampato l’originale libro di cui sopra, ha in preparazione, in collaborazione con Anna Maria Novelli di Ascoli (nipote del Tebaldini), un ampio volume che raccoglie tutti i materiali riconducibili al sodalizio fra i due musicisti (scritti, lettere autografe, immagini, ecc.). Tebaldini fu un tenace assertore della musica sacra, amico di Papa Pio X (in seguito santificato) che lo aveva delegato, insieme a pochi altri, ad attuarla in Italia in periodo di piena decadenza musicale. Diresse per 25 anni la Cappella Musicale di Loreto facendola assurgere a livelli altissimi. Insegnò al Conservatorio di Napoli, dove, su chiamata del direttore Francesco Cilèa, aveva istituito una cattedra di “Esegesi palestriniana e canto gregoriano”. Lì nel 1919 aveva fondato l’Associazione “Alessandro Scarlatti”. Fu musicologo di chiara fama, fra i più competenti, rigorosi e battaglieri nel riscoprire talenti del glorioso passato e affermare gli ideali  artistici riconducibili all’italianità musicale.

Ha composto 146 opere di musica sacra, tra cui due messe funebri eseguite al Pantheon di Roma per le annuali esequie dei Re Vittorio Emanuele II e Umberto I. Sono 46 le sue musiche profane (alcune su testo di Fogazzaro, altre di Petrarca, Leopardi, D’Annunzio…). Ammontano a più di 80 le trascrizioni e riduzioni in partitura moderna di composizioni, italiane e straniere antiche di autori come Monteverdi, Carissimi, De’ Cavalieri, Peri, Caccini, Palestrina, Legrenzi, Frescobaldi. Da ricercatore paleografico ha pubblicato i volumi L’Archivio Musicale della Cappella Antoniana in Padova e L’Archivio Musicale della Cappella Lauretana. Con Marco Enrico Bossi ha redatto un Metodo di studio per l’organo moderno ancora oggi punto di riferimento per gli studiosi di questo strumento, peraltro tornato in auge.

 

“Per un Epicedio” è un libro per non dimenticare e per alimentare la speranza verso un uso più umano della ragione. La tematica della resistenza, pur presentando un avvenimento reale, che va ad integrare la non ricca letteratura delle storie di quel periodo nelle Marche, è affrontata soprattutto dal punto di vista culturale, rifuggendo, quindi, da retorica e da strumentalizzazioni di sorta. Serve a far meditare sulle assurde devastazioni, materiali e morali, conseguenti alle azioni di guerra; “a porsi contro l’ignoranza, l’insensibilità, l’arroganza e la violenza per riaffermare il ruolo positivo dell’uomo nella realtà in divenire”.

Tebaldini, animato da profonda fede cattolica, assume nei confronti delle parti in conflitto una posizione ideologica indipendente, tipica dell’intellettuale: teneva unicamente alla salvaguardia della identità e della libertà dell’individuo e della nazione. Ecco allora che ai giovani può giungere anche da queste pagine il monito a schierarsi contro ogni forma di violenza e a battersi perché certi fatti non si ripetano.

Luciano Marucci

 

6                                       Tragico evento della Resistenza sublimato da un’opera musicale

 

È noto come nella Seconda Guerra Mondiale le Marche abbiano dato il loro contributo di sangue, ma poco si conosce dei singoli episodi nella loro specifica narrazione.

Un libro, edito di recente (Grafiche D’Auria di Ascoli Piceno), a cura di Luigi Inzaghi e Luciano Marucci – con l’appoggio dei Comuni di San Benedetto del Tronto, Loreto, Castelfidardo e della Fondazione Carilo – ha riportato in luce un evento tanto eroico, quanto doloroso, che ha visto la fine di due giovani vite: quelle dei fratelli Paolo e Bruno Brancondi di Loreto.

La cittadina mariana, che fino a un certo momento era stata risparmiata dalle azioni belliche grazie alla presenza del Santuario, una volta occupata dai tedeschi, nell’aprile del 1944 fu ripetutamente bombardata. Nel contempo iniziò la resistenza nei confronti dei nazi-fascisti. Paolo Brancondi, stimato ingegnere della “Piaggio” a Pontedera, tornato nel luogo d’origine, aveva costituito un gruppo (che tra l’altro doveva controllare le spie tedesche) nel quale entrò anche il più giovane fratello Bruno.

Fu così che il 20 giugno sequestrarono un cameriere d’albergo, il quale, conoscendo la lingua tedesca, faceva da interprete alle truppe germaniche. Inspiegabilmente il prigioniero riuscì a fuggire e fece il nome dei Brancondi. Il 28 giugno i tedeschi perquisirono la loro casa, catturarono Bruno, Luisa Gribaudo (moglie di Paolo) ed altri; trovarono due pistole (una fuori uso), delle coccarde tricolori e una carta carbone su cui lessero i nomi degli affiliati al gruppo. Paolo, non potendo temere il peggio per la chiarezza delle sue azioni, si presentò spontaneamente e, giudicato per direttissima, unitamente al fratello, venne condannato a morte; mentre gli altri furono liberati.

Il 30 giugno, sul portone di casa Brancondi fu affisso un bando diffamatorio con i nomi di dieci persone ricercate che dovevano presentarsi, pena l’uccisione dei prigionieri. In realtà, i fratelli erano già stati fucilati la notte prima, ma, per una decina di giorni, di essi non si trovò traccia. Furono alcuni contadini a segnalare di aver visto dei tedeschi “trafficare” in una certa zona della campagna di Castelfidardo. Ritrovati i corpi barbaramente fucilati, il 14 luglio, anniversario della scomparsa del loro padre, si tenne il funerale.

A Paolo è stata concessa la medaglia d’argento alla memoria per il valor militare. Loreto, Castelfidardo e Porto Recanati ricordano il triste fatto con l’intitolazione di due vie e una piazza.

Fin qui i fatti storici.

La crudezza degli accadimenti colpì profondamente anche il compositore Giovanni Tebaldini, già direttore della Cappella Musicale di Loreto, che scrisse, di getto, un brano per orchestra intitolato “Epicedio” (canto funebre), successivamente eseguito a Napoli dalla Società “Scarlatti” (1948) e annualmente ripetuto con l’organo, nella Basilica lauretana, fino al 1952 (anno della morte dell’autore).

La pubblicazione, che riporta una fitta corrispondenza tra il Tebaldini e la vedova di Paolo, (insegnante fiorentina colta e intellettualmente perspicace), rivisita quel momento senza ombra di retorica e strumentalizzazioni, traendone sincera ispirazione per una creazione artistica. E, attraverso la musica, fortemente partecipata, il dramma privato acquista una dimensione universale. Sono evidenti i rimandi ai Sepolcri del Foscolo.

Mentre le lettere – legate al funesto episodio, hanno ormai un valore documentario – quelle di musicisti come Cilèa, Pizzetti e di altre personalità, testimoniano l’autorevolezza della composizione musicale.

Il libro, che è di piacevole lettura, oltre a ricostruire un contesto storico-culturale, ha contenuti di grande spessore umano e offre una lezione di civiltà contro la barbarie; insegna ad essere tolleranti e non violenti.

Anna Maria Novelli

 

 

 

7                                                                      Presentato il libro sul rapporto Verdi-Tebaldini

Riuscita serata Verdiana

 

Questo 2001 che si sta per chiudere, con il suo bagaglio di eventi più brutti che belli, sarà ricordato anche come l’anno di Giuseppe Verdi, quello del primo centenario della sua morte, perché il 27 gennaio 1901 il Genio Italico, che tutto il mondo ci invidia, chiudeva la sua splendida esistenza nella suite n. 105 dell’Hotel Milan di Milano. La nazione restò attonita, più che alla scomparsa di qualsiasi altro personaggio, ma ha continuato nei decenni a pronunciare il suo nome, ascoltando e apprezzando con gratitudine le sue eterne melodie.

Sabato, presso l’Auditorium Carisap (spazio ormai indispensabile per gli appuntamenti culturali della nostra città), anche Ascoli è entrata a pieno titolo nel novero di quelle che hanno commemorato degnamente Verdi. È stato presentato un corposo volume – Idealità convergenti - voluto da Sergio D’Auria, sponsor dell’intera operazione (e non poteva essere diversamente, vista la sua sensibilità musicale), e patrocinato da diverse istituzioni. Il libro è  incentrato sul rapporto di amicizia e di stima tra il Grande di Busseto e Giovanni Tebaldini (lombardo di nascita, ma marchigiano di adozione), allora giovane compositore e musicologo, paleografo, direttore d’orchestra, organista e conferenziere. Una relazione iniziata tramite il celebre editore musicale Giulio Ricordi e continuata, sul filo di comuni principi, fino alla morte di Verdi.

A fare da interpreti ai contenuti del libro, la curatrice Anna Maria Novelli di Ascoli (nipote di Tebaldini) e la nota musicologa Paola Ciarlantini di Recanati. La prima, lungo un percorso di tipo narrativo, si è soffermata sulla genesi dell’edizione e sulle ricerche che l’hanno sostanziata, poi ha analizzato i motivi che inducevano Verdi a cercare la collaborazione di Tebaldini e viceversa. Dopo il suo intervento ha proposto l’ascolto del “Te Deum” che i numerosi presenti hanno seguito con vero trasporto. Composto dal Maestro a 83 anni, fu eseguito per la prima volta all’Opèra di Parigi nella Pasqua del 1898 e resta, insieme alla “Messa da Requiem”, la sua composizione sacra più apprezzata.

La musicologa ha esposto le fasi più significative della carriera di  Tebaldini, a Venezia, Padova, Parma, Loreto, Napoli, Genova - città nelle quali ricoprì incarichi di prestigio - e ne ha messo in rilievo l’autorevolezza, al di là della relazione con Verdi, per il posto che si era conquistato grazie alla sua vasta cultura musicale e al suo talento artistico, manifestati principalmente nell’ambito della musica sacra. Non a caso fu tra i pochi prescelti dal Papa Pio X a far attuare in Italia la riforma prevista dal “Motu proprio”. Tebaldini è stato tra i primi a trascrivere in partitura moderna le opere dei grandi compositori del ‘500-’600 e a farle eseguire; a praticare l’insegnamento del canto gregoriano, della  polifonia e dell’esegesi palestriniana; ha fondato l’Associazione Musicale “Scarlatti” di Napoli e, insieme con Marco Enrico Bossi, ha scritto un Metodo per organo moderno, adottato per decenni nei conservatori italiani. La dottoressa Ciarlantini, da esperta, ne ha inquadrato la figura e gli ha riconosciuto la capacità di leggere, con grande competenza, l’opera di Verdi la cui superiorità derivava dal dinamismo creativo che gli consentiva di rinnovarsi ogni volta, giungendo così al capolavoro del Falstaff (composto a ottant’anni), che ne ha dimostrato le qualità ironiche e comiche, dopo che si era conquistato il primo posto nel campo del melodramma come autore drammatico. Ha infine lodato il rigore scientifico delle ricerche dei curatori che hanno riportato diversi materiali, di grande interesse sia per gli appassionati che per gli studiosi.

La pubblicazione è attraente già dalla doppia copertina, naturalmente dai toni “verdi”, su cui spiccano i ritratti a medaglione dei due protagonisti, come quadri sulla carta da parati (animata da note musicali) di un poetico salotto stile Ottocento. Il progetto si deve al noto artista di Roma Luca Patella; mentre l’elaborazione grafica dell’intero libro è di Letizia Paci, per conto delle Industrie Grafiche D’Auria.

L’edizione è dedicata “alla memoria degli artisti che hanno contribuito a costruire il nostro presente”. Ciò per “ricordare” il ruolo che i creativi hanno avuto (e hanno), anche nell’evoluzione del mondo reale.

Nelle sue 410 pagine, oltre alla prefazione del Professor Petrobelli (Direttore dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma) e all’introduzione dei curatori, contiene un partecipato scritto di Renato Novelli (altro nipote di Tebaldini) sul mito di Verdi (riportiamo su questa pagina alcuni stralci), le biografie dei due personaggi, la cronologia dal 1875 al 1952 (anno della scomparsa di Tebaldini a San Benedetto del Tronto dove era vissuto negli ultimi dieci anni). Nei “Ricordi Verdiani” egli racconta degli incontri, delle lettere, dei discorsi con Verdi. Un capitolo rievoca il giudizio del Grande su Cavalleria Rusticana di Mascagni, testimone attendibile sempre il Tebaldini, il quale, in circa cinquant’anni, scrisse importanti saggi dissertando sui Pezzi sacri, “Su la melodia”, sulle opere “Fuori del Teatro”, su “I suoi imitatori e i suoi critici”, sulla sua arte in rapporto ai più grandi musicisti della storia: da Rossini a Bellini, da Donizetti a Wagner.

Verdi e Tebaldini si conobbero personalmente, dopo due anni di corrispondenza, nell’ottobre del 1897. Quell’incontro probabilmente convinse Tebaldini a partecipare al concorso per Direttore del glorioso Conservatorio di Parma. Due mesi dopo ricopriva quella carica e da allora il rapporto con il Maestro fu più ravvicinato e intenso. Nel novembre del 1899 organizzò una serata verdiana per il sessantesimo della sua prima opera (“Oberto Conte di San Bonifacio”) e il 28 ottobre dell’anno dopo condusse gli studenti nei luoghi verdiani e nella Villa di Sant’Agata. Solo tre mesi Verdi moriva. Tebaldini partecipò ai solenni funerali con quattro studenti fra i quali Ildebrando Pizzetti (suo allievo prediletto), divenuto il più importante compositore del Novecento italiano.

Da leggere ancora numerosi stralci di lettere a personaggi del mondo musicale; lo studio sulla non accettazione di Verdi al Conservatorio di Milano; il rapporto del Maestro con la cantante Teresa Stolz; le pagine su due inediti (una lettera di Verdi a Tebaldini conservata nella Biblioteca Comunale di Macerata e la bozza di uno scritto verdiano sull’inno “A Satana” di Carducci che rimanda a Manzoni e al problema della religiosità del Bussetano); le commemorazioni che Tebaldini tenne per il 25° e il 40° della scomparsa di Verdi, fino all’ultima del 10 ottobre 1951, presso il Circolo Cittadino di San Benedetto (quando aveva quasi 88 anni), organizzata dai medici Giovanni Bozzoni e Ludovico Giovannetti, in cui tennero un concerto di romanze verdiane, il compianto tenore ascolano Antonio Galiè (all’Auditorium c’era la moglie Lucia) e la soprano Lari Scipioni, anch’ella presente alla serata, che si è commossa quando è stata chiamata quale testimone di quella manifestazione.

Il libro, inoltre, contiene una ricca bibliografia con tutti gli scritti di Tebaldini su Verdi e di altri autori sul loro sodalizio. È illustrato da una serie di immagini dell’epoca e riproduce lettere e documenti.

I diversi materiali, ormai quasi introvabili, riuniti organicamente e integrati da commenti, note esplicative e citazioni delle fonti, contribuiscono ad approfondire aspetti non del tutto definiti della poetica e della vita del più grande compositore di melodramma di tutti i tempi. Contemporaneamente è stata evidenziata l’esemplare personalità artistica di Tebaldini, entrato troppo nell’ombra.

La ricerca, lunga e scrupolosa, ha visto coinvolte strutture culturali di varie città italiane, in primo luogo quelle di Parma, Padova e Brescia.

Raramente si era vista tanta partecipazione di pubblico così qualificato, con appassionati e specialisti venuti anche da fuori provincia, per questo evento di rilievo nazionale. Larga anche la rappresentanza di San Benedetto, con alcune persone che avevano conosciuto personalmente Tebaldini. C’era pure l’Assessore alla Cultura di Ripatransone dove Tebaldini passava periodi di vacanza.

L’Amministrazione Provinciale era rappresentata dal Presidente del Consiglio Dottor Maroni; il Comune di Ascoli dall’Assessore alla Cultura Antonini. Entrambi hanno mostrato vivo interesse per la pubblicazione e per gli argomenti trattati.

 

 

 

 

8                                                 Un volume sui rapporti tra il Maestro e il musicologo

                                                    che fu direttore del Conservatorio dal 1897 al 1901

 

VERDI E TEBALDINI: IDEALITÀ CONVERGENTI

 

 

Nella lunga e ricca serie di manifestazioni celebrative che l’anno verdiano ci ha elargito, si inserisce a pieno titolo la pubblicazione di un corposo e interessante volume incentrato sui rapporti fra Giuseppe Verdi e il musicista-musicologo Giovanni Tebaldini, intercorsi fra il 1894 e il 1901 e basati sulla comunanza di alti ideali artistici. Il libro, edito dalla D’Auria Editrice di Ascoli Piceno, curato da Anna Maria Novelli, nipote di Tebaldini, e da Luciano Marucci e con la prefazione di Luigi Petrobelli, rievoca con puntualità storica e passione filologica alcuni episodi degli ultimi anni della vita del grande Maestro e analizza con profondità un aspetto finora non sufficientemente esplorato, quello della religiosità della sua arte e il problema a lui molto caro dell’italianità della nostra musica e dell’identità nazionale.

Giovanni Tebaldini (Brescia, 1864 - San Benedetto del Tronto, 1952), compositore, musicologo e storico, didatta e conferenziere, direttore del Conservatorio di Parma dal 1897 al 1901, uno degli ultimi verdiani che conobbero Verdi (l’ultimo fu Toscanini), è un’alta figura di intellettuale che merita grande stima perché seppe lottare con coraggio ed instancabile forza di volontà per il rinnovamento del costume musicale italiano e per la riforma della musica sacra, promuovendo la rivalutazione del canto gregoriano ed il recupero della polifonia classica, soprattutto di Palestrina, attraverso trascrizioni musicali e memorabili esecuzioni di capolavori del nostro glorioso passato. Incitamento e sostegno a questo suo profondo impegno furono la moralità della vita e dell’arte e l’insegnamento del Grande di Busseto, che Tebaldini celebrò più volte nel corso della sua lunga vita in saggi, conferenze, scritti commemorativi quasi per celebrare un rito e confermare la sua integerrima fede verdiana.

Nel volume largo spazio è dedicato al Conservatorio di Parma verso il quale Verdi provò grande interessamento e al direttorato di Tebaldini  che anche nella sua attività didattica dimostrò la stima e l’ammirazione per il grande Maestro, organizzando conferenze commemorative e concerti di musica italiana che mettevano in pratica il celebre motto verdiano “Torniamo all’antico” e che meritarono perciò l’elogio di Verdi.

Questa iniziativa editoriale patrocinata da diversi enti ed istituti, fra cui l’Istituto Nazionale di Studi Verdiani, il Conservatorio di Musica “Arrigo Boito” e la Biblioteca Palatina con la sua Sezione musicale che conservano documenti, fotografie e la raccolta di musica donata da Tebaldini, alla vigilia del cinquantenario della morte del musicologo bresciano, che facendo riferimento all’autorità di Verdi e alla sua parola poetica, tanto si adoperò per la difesa delle tradizioni italiane e per l’innalzamento degli studi musicali, rappresenta anche il punto di partenza di una doverosa rivalutazione della sua figura storica.

Raffaella Nardella

 

 

 

9                              “IDEALITÀ CONVERGENTI - GIUSEPPE VERDI E GIOVANNI TEBALDINI”

 

Importante iniziativa editoriale delle Marche per il centenario verdiano

 

Nel 2001, anno del primo centenario della morte di Giuseppe Verdi, non si sono contate le iniziative in memoria del Genio di Busseto. Le Marche hanno fatto la loro parte con concerti ed esecuzioni teatrali, ma hanno toccato l’apice con la pubblicazione di un bel volume (di 410 pagine), che, si può ben dire, le dà il primato dell’originalità.

“Idealità convergenti – Giuseppe Verdi e Giovanni Tebaldini” (D’Auria Editrice), a cura di Anna Maria Novelli (nipote di Tebaldini) e Luciano Marucci, ha per filo conduttore l’amicizia tra i due personaggi.

Tebaldini era allora un giovane di trent’anni, ma già introdotto nel mondo dell’arte musicale, quale organista, compositore, direttore d’orchestra, musicologo, paleografo. Nato a Brescia nel 1864, ma dal 1902 marchigiano di adozione, ha diretto fino al 1924 la Cappella Musicale della Basilica di Loreto conferendole un ruolo di primo piano; insegnato al Conservatorio di Pesaro; tenuto concerti e conferenze in numerose città della regione, specialmente sulla musica sacra di cui fu un fervente riformatore su incarico di Papa Pio X. Visse l’ultimo decennio a San Benedetto del Tronto, presso la figlia Brigida, lavorando fino allo scadere degli 88 anni.

Verdi, in una lettera del 1871 a Francesco Florimo aveva scritto “Torniamo all’antico e sarà un progresso”. Tebaldini, fin dal 1891, per propria convinzione, andava mettendo in pratica questo monito, riscoprendo,  trascrivendo ed eseguendo partiture dei gloriosi maestri del passato che avevano raggiunto un’alta qualità espressiva.

Fu in quella veste che Verdi, a mezzo del suo editore Giulio Ricordi, gli chiese di cercargli a Venezia (dove era Secondo Maestro di Cappella della Basilica di San Marco) una musica da cui trarre ispirazione per certe danze che voleva aggiungere ad una rappresentazione parigina dell’Otello. Da lì la corrispondenza prosegue e si intreccia, perché Verdi, che voleva comporre un Te Deum, scopre, in una pubblicazione - sempre di Tebaldini andato a dirigere la Cappella Antoniana di Padova - una cantica religiosa dovuta a Padre Antonio Vallotti.

Verdi e il Nostro si conoscono personalmente nell’ottobre del 1897. Tebaldini partecipa al concorso per Direttore del Conservatorio di Parma e lo vince. Da quel momento le lettere si fanno più rade perché i due s’incontrano spesso nella villa di Sant’Agata, a Genova e a Milano. Nel novembre del 1899 Tebaldini organizza a Parma una manifestazione verdiana per celebrare i sessanta anni dalla prima rappresentazione dell’Oberto Conte di San Bonifacio. Un anno dopo organizza una “Giornata Verdiana” con visita degli allievi del Conservatorio alla casa natale del Musicista, alla chiesa dove egli aveva suonato l’organo da giovane, alla villa dove il Maestro li riceve. Alla sera Concerto di musiche di Verdi con l’orchestra degli studenti che ottiene un meritato successo.

Il 12 novembre Tebaldini incontra per l’ultima volta il Cigno di Busseto, il quale pochi giorni dopo parte per Milano dove muore il 27 gennaio.

Il legame, però, non si spezza. Tebaldini continuerà fino alla fine dei suoi giorni a scrivere e a raccontare di Lui. Già nel 1898 aveva assistito a Parigi alla prima esecuzione dei Pezzi sacri (in compagnia di Boito, Gallignani, Bordes, Bellaigue, Debussy) e li aveva recensiti per la “Rivista Musicale Italiana” dei Fratelli Bocca. Scrive ancora di Lui nel 1901 (“Da Rossini a Verdi”). Nel 1913 (centenario della nascita), oltre a un lungo studio sulla sua musica sacra, lo commemora in alcuni centri delle Marche (Osimo, Loreto, San Severino Marche, Sant’Elpidio a Mare, Macerata, Recanati) e dirige (1914) due concerti con pezzi di Verdi: uno a Roma, in cui debuttò Beniamino Gigli, e l’altro nella Chiesa del Gesù di Ancona. Nel ‘26 tiene un’applaudita conferenza al Conservatorio di Napoli per il venticinquesimo della morte. Seguono i suoi famosi “Ricordi Verdiani” (1940) e l’anno dopo “Verdi, i suoi imitatori e i suoi critici”, “De la melodia verdiana”, “Verdi e Wagner”. Nel 1951 è la volta di “Fuori del Teatro”, poi della sua ultima commemorazione a San Benedetto del Tronto nel giorno natale di Verdi  (10 ottobre) con concerto di romanze (tenore il compianto Antonio Galiè; soprano Lari Giovannetti Scipioni).

Il libro - patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Marche, Provincia di Ascoli Piceno, Comuni di Brescia e San Benedetto, Biblioteca Apostolica Vaticana, Biblioteca Palatina e Conservatorio di Parma, Ateneo di Brescia-Accademia di Scienze, Lettere e Arti – reca la prefazione del Professor Pierluigi Petrobelli (Direttore del Centro Nazionale Studi Verdiani di Parma), l’introduzione dei curatori e un partecipato testo del socio-antropologo Renato Novelli (altro nipote di Tebaldini), dal titolo “Il fanciullo in un’anima grande: Verdi e i suoi ammiratori”. Contiene i predetti “ricordi” e saggi, sostanziati da dotte e acute analisi, nonché da originali intuizioni. Inoltre, riporta importanti inediti scoperti nel corso delle ricerche: una lettera di Verdi, regalata da Tebaldini all’amico Reginaldo Galeazzi e dal figlio di questi passata alla Biblioteca “Mozzi Borgetti” di Macerata; le vicende di una “Messa mancata” di Verdi per il VII centenario della nascita di Sant’Antonio da Padova; una pagina verdiana contro l’inno “A Satana” di Carducci, in favore della religiosità manzoniana; corrispondenza con personalità della cultura musicale, in primo luogo Ildebrando Pizzetti (allievo prediletto di Tebaldini, divenuto il maggiore compositore del Novecento), e altro ancora. Per esempio, i giudizi che Verdi dava a Tebaldini su “Cavalleria” di Pietro Mascagni e su “Colombo” di Alberto Franchetti; sui grandi musicisti della storia come Pierluigi da Palestrina, Benedetto Marcello o Bach.

I diversi materiali, supportati da molte appendici, raccordati e integrati con commenti e note esplicative, rivelano, tra l’altro, aspetti finora inesplorati e contribuiscono a chiarire alcune problematiche rimaste aperte.

A conti fatti, risulta una sorta di “testo unico”, divulgativo e a un tempo specialistico – basato sull’assoluta attendibilità delle fonti – capace di rievocare con puntualità, e perfino emotivamente, la relazione fra i due protagonisti, accomunati soprattutto dagli alti ideali artistici e dalla volontà di ridestare l’interesse per la nostra identità musicale.

L’edizione è stata presentata, in anteprima, ad Ascoli – presso il suggestivo Auditorium della Fondazione Carisap - in una coinvolgente serata in cui hanno parlato la curatrice e la musicologa recanatese Paola Ciarlantini che ha analizzato la struttura “rigorosamente scientifica” della pubblicazione e ha messo in evidenza l’autorevolezza di Tebaldini, al di là del sodalizio con Verdi, che si era conquistato il suo posto nel panorama musicale del Novecento, grazie alla vasta cultura, al talento artistico e alla multiforme produzione.

Tra un intervento e l’altro è stato proposto l’ascolto del Te Deum: con la Messa da Requiem il più riuscito dei “Pezzi sacri” che Verdi ha composto a 83 anni e avrebbe voluto sotto il suo cuscino al momento del trapasso…

Il libro, prossimamente, verrà presentato in altre città.

 

 

 

 

10                                                                  Un libro di Marucci-Novelli

 

CELEBRAZIONI DI GIOVANNI TEBALDINI

Dopo la presentazione del libro Idealità convergenti – Giuseppe Verdi e Giovanni Tebaldini, a cura di Anna Maria Novelli e Luciano Marucci, che tanto plauso sta riscuotendo in ambito nazionale, si va ridestando l’interesse per la figura del musicista e musicologo Giovanni Tebaldini i cui nipoti risiedono ad Ascoli,  San Benedetto del Tronto e Milano. Egli era nato a Brescia, ma aveva lavorato a Venezia, Padova e Parma e dal 1902 si era stabilito a Loreto dove aveva diretto per 22 anni la Cappella Musicale della Basilica. Grazie al suo talento musicale e alla sua cultura, era stato compositore di musica sacra e profana. Inoltre, era stato tra i primi in Italia a trascrivere e ridurre importanti partiture di maestri del passato che aveva fatto conoscere anche attraverso memorabili concerti. Fu lui a riscoprire le bellezze del canto gregoriano e della polifonia. Per la sua competenza in materia, era stato prescelto, con pochi altri, dal Papa Pio X (proclamato Santo) ad applicare la riforma della musica sacra in Italia, secondo i dettami del Motu proprio. In qualità di critico musicale e giornalista, aveva collaborato alle più prestigiose testate con articoli e saggi ancora oggi sorprendenti per le acute e sensibili intuizioni. Era stato anche direttore d’orchestra il oltre 70 concerti e applaudito conferenziere in 172 occasioni. Tra l’altro, nel 1905 era stato chiamato dal direttore della Cappella Musicale del Duomo di Ascoli (Colamosca) a comporre un inno per la festa di Sant’Emidio. Nell’ultimo periodo della sua esistenza dimorava spesso a San Benedetto del Tronto, presso l’abitazione di una figlia e lì si era trasferito definitivamente, in pieno conflitto mondiale, agli inizi del 1943. Dopo altri dieci anni di attività, soprattutto giornalistica, si era spento l’11 maggio 1952 alla veneranda età di 88 anni, proprio come i suoi amici Verdi e Toscanini.

Ricorrendo ora il cinquantenario della scomparsa, sono state programmate manifestazioni per ricordarne la figura e l’opera.

Ha iniziato Loreto; proseguiranno San Benedetto e Brescia e sarà di nuovo Loreto a chiudere l’anno tebaldiniano, in ottobre, con un convegno sulla sua poliedrica personalità.

Nella città mariana, lunedì 1° aprile (ore 21), presso la Sala del Tinello del Palazzo Apostolico, i Comuni di Loreto, di Castelfidardo e la Fondazione Cassa di Risparmio di Loreto, hanno organizzato una riuscita serata per la presentazione del libro Per un Epicedio (a cura di L. Marucci e L. Inzaghi / Edito da Grafiche D’Auria), incentrato su una composizione di Tebaldini ispirata dall’eccidio dei Fratelli Brancondi ad opera dei tedeschi durante la Resistenza. Relazionerà la musicologa Paola Ciarlantini. Durante l’incontro sono state eseguite cinque liriche del Maestro, interpretate dalla soprano Cristina Piangerelli e dal pianista Carlo Morganti.

Nell’ambito della seconda “Rassegna Internazionale di Musica Sacra” di Loreto (di cui è direttore artistico il Maestro Arturo Sacchetti), è stato reso un particolare omaggio a Giovanni Tebaldini. Il 3 aprile (ore 18), nella Basilica della Santa Casa si è tenuto un applaudito concerto con sei composizioni. Il giorno dopo al Palacongressi (ore 21), insieme a musiche di Mascagni, Perosi, Pratella e Bossi, è stato eseguito il suo “Quintetto pel Natale”; il 5 aprile (stessa sede), l’Epicedio. L’Associazione Lauretana “A. Volpi”, per l’occasione, ha fatto coniare una medaglia celebrativa con la sua effigie e incaricato l’Editrice Bongiovanni di Bologna di effettuare le registrazioni discografiche “live” che daranno la possibilità di conoscere meglio la sua produzione musicale.

Anche l’Assessorato alla Cultura di San Benedetto del Tronto sta organizzando per il 3 maggio una giornata in memoria di Tebaldini che prevede una conferenza del Prof. Pierpaolo Salvucci sulla sua multiforme opera, la presentazione del recente libro “Idealità convergenti – Giuseppe Verdi e Giovanni Tebaldini” (D’Auria Editrice) e un concerto con  musiche profane del Maestro, interpretate dalla soprano Stefania Camaioni e dal pianista Giuseppe Sabatini; voce recitante Maria Grazia Giocondi. Tra l’altro saranno eseguite Voci del cuore su versi di Giuseppe Lesca (amico di Tebaldini), anch’egli illustre cittadino di San Benedetto, a cui è intitolata la Civica Biblioteca.

Per il 10 maggio l’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Brescia (città natale di Tebaldini) ha programmato una commemorazione, che sarà tenuta dal Maestro Mario Conter, accompagnata dall’ascolto di brani musicali.

 

 

11                                             TEBALDINI RICORDATO COME SAMBENEDETTESE

 

La commemorazione del musicista e musicologo Giovanni Tebaldini a cinquant’anni dalla morte si è configurata come un evento emotivamente coinvolgente per i più anziani che lo avevano conosciuto e sorprendente per i giovani che hanno scoperto in lui un artista di grande levatura affermatosi tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, capace di dare lustro all’Italia, alle Marche e a San Benedetto del Tronto. Il relatore prof. Pierpaolo Salvucci, dopo aver studiato a fondo la sua attività anche su materiali di prima mano forniti dal “Centro Studi e Ricerche” costituito ad Ascoli, ha saputo focalizzare, con acutezza e convinzione, la figura poliedrica e la produzione composita di questo personaggio che aveva dedicato la sua lunga esistenza all’affermazione di profondi ideali artistici ed umani. Ha ripercorso così i momenti più significativi della sua prestigiosa carriera in cui era riuscito a raggiungere alti gradi di conoscenza e di espressività creativa. Positiva la scelta di intervallare la prolusione con le audizioni. Veramente toccante l’ascolto dell’ ”Epicedio”, canto funebre in memoria dei martiri Paolo e Bruno Brancondi, la cui tragica fine per mano dei tedeschi aveva indotto il Tebaldini a comporre di getto questo mirabile pezzo per orchestra. L’Assessore alla Cultura del Comune, dottor Bruno Gabrielli, è rimasto meravigliato per l’importanza di un autore, purtroppo poco conosciuto dagli stessi sambenedettesi e si è detto disposto ad impegnarsi per la sua piena rivalutazione. Come primo atto d’impegno sosterrà l’intitolazione al Maestro Tebaldini dell’Auditorium del nuovo Palazzo Comunale, che ha ospitato la manifestazione e si è augurato di far eseguire annualmente sue opere in prima audizione moderna o rimaste inedite. Pure l’Assessore alla Pubblica Istruzione prof.ssa Maria Pia Silla, intervenuta in rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale, si è dichiarata soddisfatta della doverosa riscoperta e ha promesso di appoggiare programmi tendenti a riportare in luce il suo talento.

La serata, documentata anche da un servizio di RaiTre,  ha fatto registrare la presenza di numeroso pubblico sinceramente interessato, venuto anche da fuori. Non è risultata formalmente celebrativa, ma culturalmente elevata e propositiva, anche nel poetico concerto che ha presentato musiche da camera. Molto applauditi gli esecutori. Il pianista Giuseppe Sabatini, da esperto accompagnatore, ha saputo entrare con maestria nella lirica tebaldiniana. La soprano Stefania Camaioni si è confermata interprete dalla notevole estensione vocale, riuscendo a passare con naturalezza dai toni bassi e intimi a quelli alti e drammatici; mentre la voce recitante di Maria Grazia Giocondi è parsa equilibrata, espressiva, sensibile e suadente.

 

 

 

12                                   Una straordinaria rassegna di musica sacra che onora le nostre Marche

Virgo Lauretana

La Rassegna Internazionale di Musica Sacra “Virgo Lauretana” trae origine da una manifestazione attuata a Loreto per ben quattro decenni, che aveva proposto annualmente un repertorio vocale-sacro con gruppi corali e un appuntamento organistico nella Basilica della Santa Casa. Da due anni la nuova gestione è affidata all’Associazione “Adamo Volpi” di Loreto: presidente e vice le dinamiche Maria Antonietta Volpi Ragaglia e Ancilla Breccia Tombolini (ex sindaco della città); direttore artistico il Maestro Arturo Sacchetti, un attendibile punto di riferimento nella vita musicale non soltanto nazionale, con titoli, specializzazioni ed esperienze.

L’impostazione attuale ha mantenuto la presentazione di cori di varia provenienza con programmi polifonici di solida tradizione, ma ha visto innestarsi ad essa un ‘percorso’ più ricco, per quantità e qualità, con iniziative che prevedono un aspetto formativo attraverso seminari di studio per cantanti, direttori e organisti sul tema della Creatività del Movimento Ceciliano.

Le linee programmatiche non si precludono alcuna strada e spaziano dal patrimonio della polifonia rinascimentale a quello del Barocco, del Classicismo, del Romanticismo e del Novecento, senza trascurare brani che si avvalgono di apporti strumentali in appoggio al coro o con consistenti interventi solistici di cantanti che di solito operano all’interno dei cori stessi.

In merito il M° Sacchetti ci ha dichiarato: “Con la fisionomia che la Rassegna va assumendo, si connota come un’iniziativa piuttosto provocatoria, una voce fuori dal coro, che canta in maniera diversa. Sarebbe auspicabile che altre istituzioni, sia pure a loro modo, aprissero ulteriori varchi alla musica sacra. Il campo è rigogliosissimo. Nell’arco dei secoli e delle varie scuole nessun genere ha avuto tanta attenzione, ora, però, sta vivendo una contraddizione: tanta ricchezza, ma poco spazio per godere di essa. Mi auguro che ci sia la fede in questa nostra scelta coraggiosa, che tende a coinvolgere con proposte non scontate. È una linea d’impegno che deve essere apprezzata per la profondità, lo spirito, il tentativo di portare avanti costruttivamente un discorso conoscitivo che può realizzarsi, facendo divenire la musica sacra testimonianza viva e bene comune”.

Per il 2002 si è puntato con decisione alla valorizzazione di autori e opere “da riscoprire”, tesori quasi dimenticati che andavano restituiti alla conoscenza del grande pubblico. Primo passo in questa direzione, l’insolita mostra documentaria in due sezioni: “Cappelle Musicali nelle Marche dal XVI al XIX secolo” e “Antiche pergamene e scrittura beneventana”, curate rispettivamente dal Prof. Paolo Peretti e dalla Dott.ssa Lilia Flavia Ficcadenti, con il coordinamento del Sovrintendente Archivistico per le Marche Prof. M. Vinicio Biondi. La prima ha proposto rari materiali provenienti da Apiro, San Severino, Recanati, Macerata e Civitanova Marche, a testimonianza di istituzioni musicali ricche e vitali anche in piccoli centri marchigiani. La seconda, frammenti pergamenacei riutilizzati su rilegature di protocolli notarili e notazioni beneventane nel Tabulario Diplomatico dell’Archivio di Stato di Macerata, sui quali è stato presentato anche il volume “Colligere fragmenta ne pereant”.

Per quanto riguarda le esecuzioni, mentre nel 2001 sono stati privilegiati gli inediti giovanili sacri di Giuseppe Verdi e sulla produzione organistica dei maestri della Cappella Lauretana, in questa edizione si è fatto leva su elementi di interesse ancora maggiore. Intanto l’obiettivo primario è stato quello di rivalutare un musicista lombardo di nascita, ma marchigiano di adozione: Giovanni Tebaldini, al quale si è voluto rendere omaggio nel cinquantenario della morte, avvenuta a San Benedetto del Tronto l’11 maggio 1952. A lui e al suo amico e collega Ulisse Matthey era dedicato il tradizionale concerto organistico in Basilica in cui hanno suonato sette validi interpreti, dopo la frequenza di un seminario di perfezionamento: Mario Ciferri, Alessandro La Ciacera, Marco Mantovani, Fabio Re, Damiano Rota, Stefan Zikoudis, Sergio Orabona. Tre le voci soliste: il soprano polacco Iolanta Omilian, il tenore Dino Di Domenico e il baritono Marco Camastra, apprezzati per  l’alto livello delle loro prestazioni.

Tebaldini e Matthey, che operarono presso la Basilica di Loreto per 22 anni, furono “protagonisti di uno dei periodi musicalmente più felici” per la città mariana. Del primo sono stati eseguiti Trois Pièces d’Orgue; Litanie Lauretane, a tre voci miste e organo; Canto di penitenza, mottetto per baritono e organo; In Festa Sancta Caecilia, mottetto per soprano ed organo; Padre, se mai questa preghiera giunga al tuo silenzio, lirica drammatica per una voce, su testo di Ada Negri; Ad regias Agni dapes, inno per la Domenica in Albis. Del secondo otto pezzi, che riflettevano il suo indubbio virtuosismo, più la Ciaccona, adattamento da J. S. Bach.

Il concerto cameristico ha presentato inediti, o in prima esecuzione moderna: Minuetto in do di Mascagni, Giallo pallido e Sonata terza del futurista F.B. Pratella, Quintetto n. 4 di Perosi e Quintetto gregoriano pel Natale di Tebaldini. Il “Nuovo Quartetto Italiano” – formato da Alessandro Simoncini e Luigi Mazza violini; Demetrio Comuzzi viola; Luca Simoncini violoncello - ha dato una prestazione di altissimo livello e, accompagnato al pianoforte dalla versatile Elisabetta Sironi, ha permesso agli intervenuti di godere una serata di vera classe.

Sul fronte sinfonico è stato eseguito un mai ascoltato Oratorio di Pietro Raimondi, Il Giudizio Universale, monumentale opera del 1843, caratterizzata da un forte slancio creativo che ha visto coinvolto un grande organico della Columbus Orchestra di Genova (magistralmente diretta dal M° Sacchetti), un doppio coro e i tre solisti, “per disegnare un’immagine assolutamente affascinata ed affascinante dell’Apocalisse”. Nel concerto era inserito Epicedio di Tebaldini, che si è rivelato un piccolo capolavoro; canto mesto molto partecipato, toccante e pienamente in linea con i versi Dei Sepolcri adattati da Ugo Foscolo: “Ed onore di pianti ognor avrete / Ove fia santo e lagrimato il sangue / Per la patria versato, e finché il Sole / Risplenderà su le sciagure umane!”. La composizione, infatti, era stata ispirata dall’eccidio dei Martiri Fratelli Paolo e Bruno Brancondi, avvenuto a Castelfidardo il 29 giugno 1944 per mano dei tedeschi.

Tebaldini fino ad ora era ricordato più spesso come eminente musicologo. La Rassegna, quindi, ha avuto il merito di averlo focalizzato nella sua dimensione di compositore di opere strumentali e vocali. Non a caso, egli ha realizzato ben 146 pezzi di musica sacra, tra cui il poema sinfonico Rapsodia di Pasqua eseguito nel 1938 e ‘39 al Teatro dell’EIAR di Torino, sotto la direzione del suo illustre allievo Ildebrando Pizzetti. Alcune sue messe furono date più volte e con successo, da quella di Sant’Antonio a quella per le annuali esequie al Pantheon per i re Vittorio Emanuele II e Umberto I. È stato autore di 45 opere di musica profana, su testi tratti dai “Canti” di Leopardi, da Petrarca, Poliziano, D’Annunzio, Fogazzaro. Certe liriche meritarono le lodi di Verdi e Boito. Cinque di esse, cantate dalla brava soprano Cristina Piangerelli, esperto pianista il M° Carlo Morganti di Jesi, facevano da corollario alla presentazione del libro Per un Epicedio, tenutasi a Loreto il 1° aprile, per volere della locale Fondazione Cassa di Risparmio e dei Comuni di Loreto e Castelfidardo.

Tebaldini fu pure uno dei ricercatori di partiture di autori del passato, che ha trascritto, fatto eseguire e diretto, a partire dal 1891, in memorabili concerti a Venezia, all’Augusteo di Roma e in altre prestigiose sedi in Italia e all’estero. Insomma, gran parte della sua complessa e sensibile produzione è ancora da riesumare. L’Associazione “Adamo Volpi” lo ha onorato anche con una medaglia che riproduce la sua effigie (opera dello scultore Sandro Cecchini), distribuita a quanti hanno partecipato da protagonisti alla Rassegna. Inoltre, due concerti (quello cameristico e quello sinfonico) avranno l’etichetta discografica della nota Editrice Bongiovanni di Bologna, che ha effettuato le registrazioni “live”, per diffondere le più nobili e sconosciute esecuzioni di “Virgo Lauretana” 2002.

La Banda dell’Esercito Italiano, diretta da Fulvio Creux, si è esibita con un brano di Perosi per ottoni e coro; una “grande sinfonia funebre e trionfale” di Berlioz; la Preghiera alla Vergine di Feliciangeli, compositore di Camerino che, presente in sala, ha ricevuto i complimenti degli estimatori; due pezzi dal Nabucco di Verdi, cantati dal basso ascolano Emidio Guidotti, applauditissimo.

I cori, individuati nell’ambito di concorsi internazionali di alto livello, sono stati otto: la Cappella vocale “Maria Himmelfahrt” di Prien in Germania, diretta da Rainer Schütz; il coro “King’s College” di Londra, direttore David Trendell; “I Piccoli Cantori delle Colline di Brianza” di Rovagnate (Lecco), direttrice Flora Anna Spreafico; l’Associazione “Roberto Goitre” di Messina, direttore Eugenio Arena; il coro polacco “Ludwik’s Rydyger Medical Accademy”, diretto da Janusz Stanecki; il The Chamber Choir “Osaregne” di Tula in Russia, direttrice Olga Bourova; la Scuola della Cattedrale di San Lorenzo in Svizzera, diretta da Robert Michaels; il “Kölcsey Choir of Debrecen” (Ungheria), direttori Làszlò Tamási e Ágnes Lak. Tutti con programmi qualificati di autori importanti che hanno avuto un suggestivo impatto presso il grande pubblico, soprattutto nell’ultimo concerto di gala e nella Messa Gregoriana della domenica, officiata da S.E. l’Arcivescovo Angelo Comastri, trasmessa in diretta da RaiUno.

La Rassegna, che si è tenuta tra la Basilica e il Palacongressi, ha organizzato concerti anche al mattino per permettere agli studenti di assistere agli spettacoli. Aveva avuto un prologo il 21 marzo con il “Baptisma” e il “Miserere” di Monsignor Domenico Bartolucci (un veterano della manifestazione), soprano Antonella Benucci, baritono Andrea Sari, coro polifonico “Minatori di Santa Barbara” di Massa Marittima (diretto dal M° Morgantini), coro dell’Istituto “Franci” di Siena (diretto dal M° Manganelli), orchestra “Città di Grosseto”, diretta dall’autore, che è stato insignito di una speciale onorificenza per la musica sacra “per i suoi meriti di prosecutore del cammino secolare tessuto dai grandi testimoni del connubio tra arte e credo, tra civiltà artistica e spiritualità”.

La gentile Roberta Sturani ha fatto da puntuale presentatrice, mentre, per due serate è stata chiamata l’ex “Signorina Buonasera” Rosanna Vaudetti, conosciuta personalità del mondo dello spettacolo, che ha condotto con la consueta spigliatezza.

L’originale scenografia al Palacongressi, ancora una volta realizzata da Mario Ragaini, ha fatto da degna cornice alle esibizioni. Il successo della seconda edizione della Rassegna - fiore all’occhiello della città di Loreto e delle Marche - è stato pieno. L’Arcivescovo, nella elegante brochure (che resta a documento di quanto organizzato con passione e competenza dall’Associazione “A.Volpi”), ha diffuso l’augurio che “la melodia delle belle musiche entri nel cuore di tanta gente e la renda capace di cantare la vita in mezzo alla nostra società povera di canto e piena di rumori”.

Anche il Sindaco di Loreto, Moreno Pieroni, ha lodato l’evento per il quale “la città si trasforma in un laboratorio di polifonia musicale dove trovano ospitalità la genialità e la professionalità di appassionati cantori, strumentisti e direttori provenienti da tutto il mondo”.

C’è da augurarsi che la Rassegna - unica nel suo genere - trovi sempre più convinti sponsor che ne consolidino l’autorevolezza e l’esemplarità. La Regione e l’Italia tutta hanno bisogno di far rivivere, almeno attraverso appuntamenti annuali, quella musica che un tempo era vanto della nostra arte al servizio delle chiese, al fine di promuovere l’elevazione spirituale in un quotidiano troppo distratto da effimeri interessi materiali.

 

 

 

13                               Il Maestro Mario Conter ha rievocato all’Ateneo il versatile e battagliero

compositore-musicologo bresciano scomparso 50 anni fa

 

Tebaldini, custode della musica sacra

 

Infaticabile, coscienzioso, intelligentissimo. Sono gli aggettivi di più largo impiego nei profili biografici dedicati a Giovanni Tebaldini, singolare protagonista della vita musicale italiana nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento, amico personale di Verdi e maestro di Ildebrando Pizzetti. L’illustre compositore, musicologo e didatta, che tanto prese a cuore la riforma della musica sacra sotto il pontificato di Pio X, era nato a Brescia in pieno XIX secolo, nel 1864. Morì a San Benedetto del Tronto in età avanzata, l’11 maggio 1952, esattamente mezzo secolo fa. La sua versatile personalità è stata ricordata dal maestro Mario Conter in un incontro all’Ateneo, seguito da un pubblico particolarmente attento.

Tebaldini – ha esordito Conter – visse nel periodo più tormentato dell’evoluzione musicale. Uomo eccezionalmente poliedrico, vorace di ogni novità, cercò di realizzare il celebre monito di Verdi: torniamo all’antico e sarà un progresso”.

La passione per la storia musicale del nostro Paese lo portò a riesumare capolavori dimenticati, tra cui La rappresentazione di Anima e di Corpo di Emilio de’ Cavalieri, precocissimo esempio di recitar cantando. Tebaldini amava anche le composizioni di Marenzio, di Monteverdi, di innumerevoli maestri del periodo rinascimentale e barocco. Con Verdi, di cui fu grande ammiratore ed amico, osservò che il soggetto d’apertura del primo Salmo di Benedetto Marcello, Beato l’uom, coincideva esattamente con quello della prima fuga dal Clavicembalo ben temperato di Bach. La sua erudizione era impressionante, paragonabile soltanto all’inflessibilità del carattere. A questo proposito il maestro Conter ha ricordato un episodio significativo: il giovane Tebaldini, a 19 anni, ebbe l’ardire di stroncare su un periodico una messa composta da Polibio Fumagalli, suo docente al Conservatorio di Milano. In seguito a questo episodio, Antonio Bazzini, bresciano come lui, fu costretto a espellerlo dall’Istituto. Non sarà questo l’unico contrasto della sua vita.

Tebaldini, in realtà, si preoccupava della purezza della musica sacra: non poteva sopportare le continue, abusate contaminazioni con il mondo espressivo del melodramma. Bisognava ancora una volta tornare all’antico; più precisamente bisognava tornare alle radici del canto gregoriano e della polifonia rinascimentale, alla Palestrina. Idee, queste, che il giovane organista, compositore e musicologo poté ulteriormente sviluppare e maturare a Regensburg, in Germania, alla scuola di Franz Xavier Haberl.

Ma un apporto decisivo per il suo interesse alla musica sacra era stato dato in precedenza anche dal Padre Giovanni Piamarta (di cui Tebaldini era cugino). Nel 1912 Piamarta lo esortava ad andare avanti per la sua strada, pur essendo “condannato a soffrire come tutti i grandi Apostoli dei più arditi ideali”.

Gravi incomprensioni nei confronti del suo operato si verificarono, per esempio, negli anni in cui fu direttore del Conservatorio di Parma. Lo rimproverarono di eccessivo clericalismo e perfino di spendere troppo denaro per arricchire la biblioteca. In quell’occasione – come ha spiegato Luigi Inzaghi, studioso del musicista – Tebaldini si sentì vittima della massoneria. Soltanto oggi si comincia a far luce su alcuni aspetti biografici. È recente la pubblicazione di due interessanti volumi, più volte citati nell’incontro all’Ateneo: Idealità convergenti. Giuseppe Verdi e Giovanni Tebaldini, a cura di Anna Maria Novelli e Luciano Marucci, e Per un Epicedio, a cura di Marucci e del già citato Inzaghi. Forse oggi l’aspetto meno conosciuto di Tebaldini è quello che riguarda la sua attività di compositore. Il maestro Conter ha fatto ascoltare la registrazione di tre brani: un pezzo organistico giovanile, il pregevolissimo Epicedio per orchestra ed una nobile lirica per canto e pianoforte su testo leopardiano. “Una produzione - ha concluso Conter – che andrebbe rivalutata, per quanto in essa non avi sia alcuna traccia di quella grande esplosione musicale rappresentata dalla seconda Scuola di Vienna e da Stravinskij”.

Tebaldini lasciò Brescia a soli 16 anni, ma il suo carattere forte e la sua leggendaria caparbietà fanno trasparire l’origine lombarda e l’appartenenza culturale alla Leonessa d’Italia.

Anche l’erudito e battagliero riformatore della musica sacra – secondo Conter – appartiene alla schiera di talenti eccezionali, benché umanamente schivi e tutti d’un pezzo, che annovera i concittadini Capitanio, Margola, Manenti ed Arturo Benedetti Michelangeli.

                                                                                                                                 Marco Bizzarrini

 

 

14                                          Rassegna Internazionale di Musica Sacra “Virgo Lauretana”

 

[…] L’innovazione musicologicamente più significativa introdotta da Sacchetti è la riscoperta di alcuni autori che, nelle intenzioni del direttore artistico, dovrebbero aiutare a cancellare, o quanto meno a contenere entro certi limiti, il luogo comune secondo cui l’Italia è stata soltanto il paese del melodramma, una nazione musicale tutta dedita ai do di petto e ai sipari che si alzano e calano e poco incline all’intimismo cameristico, all’ampio respiro sinfonico, all’affresco sacro imponente.

Il programma estremamente vario e articolato della rassegna, tra pagine di notevole valore e altre che costituiscono un documento indubbiamente interessante sulla vitalità extra-operistica della musica italiana, spingerebbe in effetti a ripensare almeno in parte le cose; ma, se è vero che è rintracciabile in Italia una cospicua produzione che poco ha a che vedere con il teatro in senso stretto (dato che anche la musica sacra ha, come è noto, una sua fortissima “teatralità”), a questo punto la riflessione dovrebbe concentrarsi sui motivi storici, sociali, estetici e culturali per cui questo patrimonio, a differenza di quello teatrale, non è riuscito a imporsi definitivamente né in patria né all’estero. E sul perché il diciassettenne Mascagni, autore di un Minuetto in Do per quartetto d’archi (una prima esecuzione assoluta affrontata con verve ed eleganza dal Nuovo Quartetto Italiano) che non è affatto un semplice giochetto scolastico, ma una pagina piena di coscienza della forma classica e dello “specifico” quartettistico, dieci anni dopo non viene alla ribalta con una sinfonia o un concerto per pianoforte e orchestra, ma con Cavalleria

In ogni caso, alcuni nomi che “Virgo Lauretana” ha recuperato dall’oblio meriterebbero davvero più attenzione. Su tutti, Giovanni Tebaldini. Nato a Brescia nel 1864 e morto a S. Benedetto del Tronto esattamente cinquant’anni fa, Tebaldini aveva avuto una formazione doc: allievo di Ponchielli a Milano, perfezionamento in Germania, tra Bayreuth e Monaco. Per Loreto, una gloria locale: fu maestro di Cappella della Basilica della S. Casa dal 1902 al 1924. Di questo autore ammirato da Verdi, Puccini e Perosi, noto soprattutto per i suoi scritti teorici e il suo impegno nella rivalutazione del gregoriano e dell’antica polifonia italiana (come i suoi coetanei della “generazione dell’Ottanta”), la rassegna ha offerto un ritratto approfondito e particolareggiato, dalla produzione organistica e per voce e organo a quella cameristica e orchestrale. E ascoltando “Il Natale”, poemetto gregoriano per quartetto d’archi e pianoforte (ancora con l’ottimo Nuovo Quartetto Italiano integrato dal pianoforte di Elisabetta Sironi) e soprattutto l’Epicedio per orchestra, si ha davvero la sensazione di scoprire un possibile ambasciatore della musica strumentale italiana “nascosta”. Il quartetto-quintetto, con le sue armonie modaleggianti di derivazione gregoriana, non è lontano da certe morbide e sensuali atmosfere raveliane, e la libertà formale propria di un andamento da “poemetto” fa pensare alle divagazioni poematiche che già qualche decennio prima avevano affascinato Respighi (autore, non a caso, di un Concerto gregoriano per violino e orchestra). L’Epicedio, invece, è una pagina orchestrale di intensità tardo-romantica, sinceramente drammatica, dominata da un’ossessione funebre e un desiderio di resurrezione che per molti aspetti fa pensare a Mahler (con però una compattezza sinfonico-strumentale brahmsiana alle spalle). [...]

Massimo Pastorelli

 

 

 

15                                                Il Maestro Giovanni Tebaldini a cinquant’anni dalla morte

 

Cinquant’anni fa moriva a San Benedetto del Tronto il compositore e musicologo Giovanni Tebaldini. Nato a Brescia nel 1864, aveva studiato al Conservatorio di Milano con Ponchielli e, in Germania, alla famosa Kirchenmusikschule di Ratisbona. Fu valente organista e direttore di cori fin da giovanissimo. Nel 1889 fu chiamato a Venezia come secondo Maestro di Cappella in San Marco e, nel 1894, a Padova a dirigere la Cappella della Basilica di Sant’Antonio. Tenne la direzione del Conservatorio di Parma dal 1897 al 1902, consolidando la sua amicizia con Verdi. Trasferitosi nelle Marche in qualità di direttore della Cappella Musicale di Loreto, vi restò fino al 1924, ma frequenti erano le sue uscite per gli impegni di riformatore della musica sacra (su incarico di Pio X), organista e collaudatore di organi, direttore d’orchestra, conferenziere. Dal 1925 fu al Conservatorio di Napoli dove l’amico Cilèa lo aveva chiamato ad insegnare “Esegesi del canto gregoriano e della polifonia palestriniana”. E, sempre nella città partenopea, era stato tra i fondatori dell’Associazione “Scarlatti” e direttore artistico delle sue stagioni sinfoniche. Fin dal periodo veneziano, mettendo in pratica il monito verdiano “Torniamo all’antico e sarà un progresso”, si era dedicato alla riscoperta di antiche partiture che aveva trascritto e fatto eseguire dal 1891 in memorabili concerti. Fertile pure l’attività di compositore di musica sacra e profana. A San Benedetto si era trasferito durante l’ultima guerra. Lì aveva continuato soprattutto l’opera di saggista che lo aveva visto protagonista, spesso anche polemico, sulle principali testate dell’epoca. Data l’autorevolezza del personaggio, Loreto gli ha reso omaggio in aprile con un concerto di musiche profane e nell’ambito della Rassegna Internazionale di Musica Sacra, diretta dal M° Arturo Sacchetti. San Benedetto, a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune, lo ha commemorato degnamente con una relazione del musicologo Pierpaolo Salvucci il quale ha presentato anche il libro “Idealità convergenti” sul rapporto Verdi-Tebaldini (D’Auria Editrice). È seguito un riuscito concerto di musiche profane con il pianista Giuseppe Sabatini e il soprano Stefania Camaioni; voce recitante M. Grazia Giocondi. Anche Brescia (città natale del Maestro) lo ha ricordato solennemente presso l’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti con una prolusione del M° Mario Conter, un intervento del Prof. Luigi Inzaghi e tre audizioni musicali.

 

 

 

16                                                               Ricordi, testimonianze, commenti

  T E B A L D I N I   S A G G I S T A

 

di VERA PATTINI

 

Nel cinquantenario della scomparsa di Giovanni Tebaldini BresciaMusica ha ospitato, nel precedente numero, un intervento di Anna Maria Novelli, che ripercorreva vita, attività e contatti con Brescia ed i bresciani avuti dal maestro. Seguivano altri due contributi, sul centro studi e ricerche di Ascoli Piceno intitolato a Tebaldini e sull’Epicedio da egli composto.

In questa sede si vuole ora illustrare l’importante lavoro che Anna Maria Novelli, nipote di Tebaldini (in quanto figlia della figlia), ha approntato insieme al giornalista Luciano Marucci.

L’attendibilità e il numero cospicuo delle fonti pongono su un piano di riguardo questo lavoro, corposo, approfondito, e dai molti pregi. Primo fra tutti l’aver raccolto ed organizzato ogni tipo di materiale che contribuisca a ricostruire la vita e l’opera del maestro, impresa non da poco se si pensa che fu studioso, didatta, compositore, trascrittore, divulgatore, giornalista, musicologo, conferenziere, esecutore (organista, direttore d’orchestra e di coro), riformatore della musica sacra su incarico di Pio X (a seguito dell’enciclica Motu Proprio), rinnovatore della cultura musicale italiana e appassionato studioso e sostenitore di Verdi. Dunque non poca sostanza.

La ricostruzione della vita e dell’opera di Tebaldini va dipanandosi in parallelo a molte altre notizie sulla temperie culturale, sui fatti italiani, sulle opere dei musicisti coevi, sul clima che all’epoca si respirava nel mondo musicale italiano: ne emergono i ritratti di un musicista esemplare ma anche di un’epoca intera.

Il saggio propone inoltre una serie di notizie e di riflessioni su Giuseppe Verdi, che fu figura di enorme importanza nella vita di Tebaldini. Questi, infatti, ebbe sempre una sconfinata ammirazione per il compositore bussetano e si adoperò per diffonderne la stima e tramandarne la memoria. Ciò che Tebaldini esaltava era un certo carattere di ‘maschia italianità’ quale cifra distintiva della scrittura verdiana, comunque unica ed inconfondibile, nonché la necessità di recuperare il passato musicale italiano, non solo perché illustre, ma anche perché ancora significativo e da tramandare integro. Questa fu la posizione di Verdi nei suoi ultimi anni, come era palese a Tebaldini che lo frequentò e come è palese oggi a Pierluigi Petrobelli, direttore dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani, che ha curato la prefazione del libro.

 

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Si ha modo dunque di soffermarsi su alcune caratteristiche del grande operista: la modestia, l’essere schivo; il forte impatto che su di lui ebbe la musica di Wagner; l’aver reso il melodramma più vigoroso e coinvolgente, tanto che fu l’opera verdiana stessa a crearsi il suo pubblico; la contestazione subita dal Gruppo dei Cinque in Russia; i sentimenti antiaustriaci e antidispotici che sempre lo animarono e che – insieme ai contenuti di Nabucco – contribuirono a dare un’immagine patriottica e liberale dell’operista; l’azione di promozione della cultura liberale nazionale.

Da queste numerose pagine di testimonianze dirette ed indirette, frasi riportate e lettere emerge tutta la statura di Verdi e in particolare dal contributo di Renato Novelli, fratello dell’autrice, e dunque anch’egli nipote di Tebaldini, ci viene suggerita una chiave di lettura riassuntiva di Verdi quale artista romantico.

Tebaldini stesso nel corso della sua vita ebbe modo di tessere molte volte gli elogi di Verdi (dalle pagine dei giornali e delle riviste musicali, di persona, in convegni, conferenze e commemorazioni), non solo come il più grande operista italiano, ma anche per le sue doti umane in generale e ancora compositive in altri generi musicali.

Tuttavia egli non fu mai accecato dall’ammirazione così da perdere l’obiettività di giudizio. Per esempio riguardo ai tre pezzi religiosi verdiani presentati a Parigi, Tebaldini ebbe a dire che con essi Verdi non volle scrivere musica sacra, ma piuttosto ‘cantate’ di carattere religioso. In seguito, nel 1913, nel primo centenario della nascita di Verdi, Tebaldini parlò della Messa da Requiem come di un lavoro non conciliabile con le esigenze della liturgia proprio in quegli anni richiamate in osservanza.

 

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Dunque Tebaldini fu sì verdiano convinto, ma rimase studioso e musicologo equilibrato. Di queste riflessioni circa la musica da chiesa di Verdi e la sua religiosità ci dà conferma anche Boito, che sostenne che il bussetano era cristiano, ma non era un cattolico in senso politico e teologico.

Tanto Milano, nella struttura del Conservatorio, deprezzò Verdi allorché diciottenne vi si presentò per l’ammissione quale studente pagante, quanto poi ne riconobbe la grandezza in seguito, intitolandosi a Verdi il giorno stesso della sua morte, quasi facendo ammenda per il torto inflittogli in gioventù. All’opposto Parma ebbe sempre posizioni di enorme stima e tributò onori in varie circostanze al proprio concittadino, artefice di ciò soprattutto Tebaldini, che era in quegli anni direttore del Conservatorio. Egli volle portare anche qui le sue istanze di rinnovamento e lo fece con l’appoggio di Verdi. Purtroppo, alla morte dell’operista, la locale e potente Loggia Massonica preferì in quel ruolo una persona che maggiormente puntasse all’esaltazione del melodramma, forse per cavalcare il successo delle opere verdiane che allora continuava a crescere, e fu così che Tebaldini perse l’incarico di direttore del Conservatorio. Scrive Roberto Cognazzo – nella voce dedicata a Tebaldini per il Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti (DEUMM) – che Tebaldini “volle assumersi il ruolo di coscienza artistica nazionale, cosa che, malgrado la stima di Verdi, Puccini e Perosi, gli valse incredibili difficoltà e feroci esposizioni, in particolare durante la permanenza a Parma”.

Anna Maria Novelli e Luciano Marucci commentano così i contributi scritti dal nostro su Verdi e Wagner: “Tebaldini… non tralasciava occasione per esaltare la continua evoluzione creativa di Verdi e la sua radicata italianità, fino a dimostrarne la supremazia” (rispetto a Wagner e alla suola tedesca). Questo perché “Verdi fu una pietra miliare nella carriera artistica di Tebaldini, un punto di riferimento costante, un autorevole sostegno ideologico alle sue convinzioni sul valore della tradizione musicale”.

Infatti, Tebaldini aprirà la sua commemorazione per il XXV anniversario della scomparsa di Verdi, nel 1926, nella Grande Sala dei Concerti del R. Conservatorio di Musica S. Pietro a Majella a Napoli, parlando del “Nume tutelare dell’Arte italiana nella sua più sana tradizione”. Di colui ebbe talento ed inventiva per produrre opere di assoluto valore, senza mai rifarsi ad alcun altro compositore, trovando il modo anche di evolvere senza abbandonare la propria cifra distintiva. Il genio, insomma.

Dicevamo dunque della complessità di questo lavoro a quattro mani, esauriente in ogni aspetto trattato, corredato da testimonianze, interessante, stimolante, sempre entusiasta. Mi unisco al giudizio espresso dalla musicologo dott.ssa Paola Ciarlantini che, nel presentare il volume ad Ascoli Piceno, il primo dicembre dello scorso anno, ha concluso il proprio intervento consigliando la lettura di quest’opera “culturalmente generosa e scientificamente ineccepibile”.

 

 

 

17                                                                     GIOVANNI TEBALDINI

  ALLA RISCOPERTA DI UN GENIO MUSICALE

 

L’interesse per Giovanni Tebaldini, musicista e musicologo vissuto per un decennio a San Benedetto del Tronto (dove si è spento nel 1952 all’età di 88 anni), ha preso avvio dopo la costituzione ad Ascoli di un “Centro Studi e Ricerche” a lui intitolato, che sta sviluppando un’intensa attività per riordinare l’archivio e promuovere la rivalutazione del personaggio che ebbe un ruolo di prim’ordine nel rinnovamento del linguaggio musicale in ambito europeo, specialmente nella restaurazione della vera musica sacra di cui era uno dei maggiori competenti. Tra l’altro, sono state realizzate due pubblicazioni: Per un Epicedio e Idealità convergenti - Giuseppe Verdi e Giovanni Tebaldini. L’uno incentrato su una sua composizione per orchestra dedicata ai Martiri Fratelli Brancondi di Loreto, trucidati dai tedeschi durante la Resistenza; l’altro sul sodalizio con il Grande di Busseto.

Il primo a riconsiderare criticamente l’eclettica figura di Tebaldini è stato certamente il prof. Luigi Inzaghi che nel volume Musicisti Lombardi e oltre, curato dall’Università Cattolica di Milano, ha scritto su di lui un ampio saggio e che ha iniziato la catalogazione delle musiche. È seguito uno studio per “Aurea Parma” (numero speciale per il centenario verdiano), della dott.ssa Raffaella Nardella, ricercatrice della Sezione Musicale della Biblioteca Palatina. Sul piano editoriale, importante il contributo dell’Editrice D’Auria. Andrebbero anche menzionate le istituzioni che hanno sostenuto le iniziative promozionali. La riscoperta del repertorio musicale, invece, è dovuta all’intuizione del M° Arturo Sacchetti, direttore artistico della Rassegna Internazionale di Musica Sacra di Loreto (coordinata dall’Associazione “A. Volpi”), che ha improntato l’intera edizione di quest’anno al “Memorial” nel cinquantenario della morte di Tebaldini. In tre concerti sono state eseguite ben otto sue composizioni, che hanno sorpreso non pochi. Di lui, infatti, era nota l’attività di musicologo, ma meno quella di compositore che è stata fertile e di elevata qualità. Altre manifestazioni celebrative si sono svolte ancora a Loreto, dove il Maestro è stato ricordato con una relazione della dott.ssa Ciarlantini e un concerto di musiche profane  (interpreti: il soprano Cristina Piangerelli e il pianista Carlo Morganti). Anche il Comune di San Benedetto del Tronto gli ha reso omaggio con una conferenza del prof. Pierpaolo Salvucci, sulla sua multiforme opera, e un concerto di musiche profane (soprano Stefania Camaioni, pianista Giuseppe Sabatini, voce recitante M. Grazia Giocondi). Il 10 maggio, quarto evento commemorativo all’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Brescia (città natale di Tebaldini) con prolusione del M° Mario Conter e audizione di brani musicali.

Giovanni Tebaldini, lombardo di nascita (1864), esordì come giovane prodigio ed ebbe il primo contatto con le Marche a soli quindici anni, quando venne a dirigere i cori per le rappresentazioni teatrali del 1880-’81 al “Lauro Rossi” di Macerata. Dopodiché se ne distaccò per studiare al Conservatorio di Milano e alla Kirchenmusikschule di Ratisbona (primo degli italiani a frequentare la famosa scuola di musica sacra). Subito dopo rivestì l’incarico di Secondo Maestro della Cappella Musicale di San Marco a Venezia (1889-1894); quello di Direttore della Cappella Antoniana a Padova (1894-1897) e del Conservatorio di Parma (1897-1902). Vinto il concorso a Direttore della Cappella Musicale della Santa Casa, si trasferì con la famiglia a Loreto. Da allora le Marche divennero la sua seconda patria. Abitò nella cittadina mariana fino al 1944, anche se da lì partiva spesso per assolvere agli impegni di conferenziere, direttore d’orchestra, organista, collaudatore di grandi organi, commissario ministeriale e docente. Dopo il collocamento a riposo, Francesco Cilèa (suo amico ed estimatore), lo chiamò al Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli (di cui era direttore), a tenere la cattedra speciale di “Esegesi del canto gregoriano e della polifonia palestriniana”. Nel capoluogo partenopeo fu pure tra i fondatori e primo direttore dell’Associazione “Alessandro Scarlatti”. Successivamente diresse l’Ateneo Musicale “Monteverdi” di Genova e fu docente al Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro.

Quando la figlia Brigida andò ad insegnare al Trivio di Ripatransone, vi si recava per periodi di riposo “tra la quiete del paesaggio infinito” e, più tardi, con lei si stabilì a San Benedetto, dove continuò a lavorare fino alla morte, soprattutto pubblicando saggi su “La Scala” di Milano e rimembranze sui quotidiani. Con l’avanzare dell’età, viaggiando meno, aveva intensificato il lavoro di critico musicale iniziato fin da giovanissimo con la collaborazione alla “Gazzetta Musicale di Milano” di Ricordi, alla “Rivista Musicale Italiana” dei F.lli Bocca, a “Musica Sacra”. Egli stesso fu fondatore e direttore de “La Scuola Veneta di Musica Sacra”. Suoi testi - fondamentali per la moderna musicologia - apparvero sulle migliori testate. E non ebbe mai timore di assumere posizioni polemiche per provare verità storiche, affermare valori atemporali e alti ideali. Molti suoi approfonditi studi furono dedicati a Pierluigi da Palestrina, Pergolesi, Spontini, Mozart, Beethoven, Rossini, Donizetti, Bellini, Ponchielli, Wagner, Toscanini, Perosi, Pizzetti (suo illustre discepolo) e a Verdi: dal 1898 (quando si recò a Parigi per la prima dei Pezzi sacri), fino all’ultima commemorazione del 10 ottobre 1951, tenuta al Circolo Cittadino di San Benedetto.

L’Amministrazione Provinciale di Ascoli Piceno, a mezzo del proprio Servizio Informatizzazione e Progetti Multimediali, allo scopo di partecipare al processo di rivisitazione dell’opera di Tebaldini, che onora le Marche (in particolare il Piceno) e l’arte musicale italiana, recentemente ha attivato un sito web (http://www.provincia.ap.it/tebaldini/index.htm), in cui è stato allestito un singolare libro on-line che sta richiamando l’attenzione di appassionati e studiosi di musica (sono già pervenuti apprezzamenti di esperti), non soltanto in ambito nazionale. Fin dall’apertura esso conta 550 pagine suddivise in 29 ‘capitoli’, alcuni della consistenza di monografie tematiche. Tra l’altro, è possibile visionare inediti come la Bibliografia generale e il Catalogo di tutte le opere musicali (300 tra sacre, profane, trascrizioni e riduzioni) e altri materiali di difficile reperibilità. Non potevano mancare significativi “Saggi” dell’Autore, l’”Antologia critica” e gli “Studi recenti”, che permettono di conoscere la circolarità e le peculiarità della sua produzione. L’iniziativa, oltre a riproporre doverosamente l’opera di Tebaldini, considerato tra i più qualificati e attendibili intellettuali del suo tempo, consente di penetrare nel panorama culturale tra fine Ottocento e primo Novecento – periodo ricco di fermenti, ancora poco studiato - e di stimolare il dibattito sulla definizione dell’identità musicale e la giusta lettura critica di quegli anni. Si tratta di un’operazione culturale a più livelli, non allineata alle esteriorità consumistiche, ma fondata su contenuti artistici, umani e spirituali, e avvalorata dal ritrovamento di documenti originali, da verifiche dirette sulle fonti e da rigorose elaborazioni da parte del suddetto “Centro”. L’edizione non è statica come un libro stampato, perché eterogenea e legata a un lavoro in progress che prevede l’alternanza dei testi, delle immagini e dei brani sonori. Prossimamente sarà arricchita con un’esposizione virtuale, dal titolo “Fisiognomica ideale”, riferita alla complessa personalità del Maestro Tebaldini, con l’intento di stabilire un rapporto dialettico tra arte visiva e musicale. L’evento telematico (che poi verrà trasferito in spazi reali) sarà affidato all’estro interpretativo-creativo di artisti, affermati ed emergenti, rappresentativi del panorama contemporaneo.

Luciano Marucci

 

 

 

19                                   CON FISIOGNOMICA IDEALE UN OMAGGIO A TEBALDINI

 

Ha suscitato vasti consensi a livello nazionale, specialmente tra gli studiosi, l’attivazione, da parte dell’Amministrazione Provinciale di Ascoli Piceno, del sito web sul musicista e musicologo Giovanni Tebaldini, ricco di materiali inediti e difficilmente reperibili. Il lavoro è stato condotto in collaborazione con il Centro Studi e Ricerche, costituito per far riscoprire la figura e l’opera del Maestro, che era vissuto negli ultimi dieci anni della sua esistenza a San Benedetto del Tronto, dove gli è stata intitolata una via.

In occasione del cinquantenario della morte (2002) su varie testate sono usciti molti articoli sulla sua multiforme attività e, di recente, “Arte Organaria e Organistica” (ed. Carrara) gli ha dedicato due servizi; mentre la “Rivista Internazionale di Musica Sacra” gli ha riservato addirittura un saggio monografico.

Dopo l’apertura del sito, a Brescia (sua città natale) è stato bandito un Concorso Pianistico Giovanile Internazionale, intitolato a Pia Tebaldini (ultima figlia del musicista, pianista prodigio scomparsa a soli 16 anni). Il 16 c.m., al  Teatro S. Carlino di quella città, si esibiranno in concerto i concorrenti selezionati e verrà assegnato il premio assoluto.

Nei giorni scorsi è stato dato l’avvio all’evento telematico “Fisiognomica ideale”, al quale partecipano artisti affermati ed emergenti tra i più rappresentativi dell’odierno panorama. L’operazione tende a promuovere una dialettica tra arte visiva e musicale. Gli invitati sono stati chiamati a delineare, in piena libertà espressiva, l’ ‘immagine’ di Tebaldini, anche a prescindere dalle sembianze fisiche, formalizzando ideazioni indotte da qualità artistiche e umane, valori etici e spirituali, idealità, passioni, eclettismo e azione culturale, carattere e comportamento, memorie, aspetti poetici ed emozionali. In seguito la mostra verrà allestita in spazi reali, per lo più in città in cui Tebaldini ha operato. Quindi, anche a San Benedetto.

Oggi, intorno alle ore 23,30, Radio3 suite manderà in onda un servizio di 30 minuti sul Maestro in rapporto alle iniziative in corso. Durante la trasmissione saranno intervistati un musicologo e alcuni artisti che partecipano all’esposizione.

Infine, va ricordato che, alla prossima “Rassegna Internazionale di Musica Sacra” di Loreto, in omaggio a Lorenzo Perosi, verrà eseguita anche “Tria Motetta”, un’importante composizione di Tebaldini dedicata al grande musicista di Tortona, suo amico ed estimatore.

 

 

22                               La personalità e l’arte di Giovanni Tebaldini in un interessante carteggio

 

Il nome del maestro Giovanni Tebaldini forse dice poco agli abitanti di San Benedetto del Tronto anche se a  lui è stata intestata una via cittadina ed è onorevolmente ricordato dall’Associazione polifonica “G. Tebaldini” di recente istituzione. Eppure qui è vissuto dal 1944 al 1952, anno della morte, in via  F. Crispi, nella casa della figlia Brigida Tebaldini Novelli, circondato dall’amicizia di pochi e dall’affetto e dalla stima di molti.

La  pubblicazione dell’intero carteggio lauretano Tebaldini-Barbieri (1910-1926), Pagine inedite di un’ identità musicale (Fondazione Cassa di Risparmio di Loreto, 2006), per opera indefessa della nipote Anna Maria Novelli e del prof. Luciano Marucci, offre l’occasione per ricordare la personalità e il percorso artistico del maestro se pure in uno spazio molto limitato della sua lunga e feconda attività di compositore e di direttore di Cappelle musicali e nei ristretti limiti di un unico interlocutore epistolare: il suo vice direttore della Cappella musicale della Santa Casa di Loreto, Corrado Barbieri. Le lettere qui riprodotte sono di un interesse notevole che supera di molto l’ambito di una profonda amicizia, di una stima condivisa, di una porzione di storia della musica sacra, in particolare, che in quel periodo aveva un ruolo, un riconoscimento e una valutazione di altissimo livello; ruolo, riconoscimento e valutazione che, purtroppo, sono stati estromessi violentemente dalla tradizione artistica nazionale e mondiale con un Decreto del Concilio Vaticano II : abolendo dalla liturgia la lingua latina è stata messa una pietra tombale sul millenario uso del Gregoriano e su tutta l’originale produzione di musica polifonica dal 1500 al 1950. Chi potrà più ascoltare, se non in qualche sporadica occasione o solo in solenni e rarissime celebrazioni, una Missa di Palestrina, di Perosi, di Tebaldini o il Requiem e l’Ave verum di Mozart, o  il Requiem e il Te Deum di Verdi ? Il maestro, per sua fortuna, è scomparso dieci anni prima dello scempio e del seppellimento di tanta arte, che d’ora in poi rimarrà solo nei libri della storia musicale e, per fortuna, in qualche rievocazione “laica”, come negli intervalli dei notiziari di Radio radicale. Eppure quasi tutta la vita del maestro Tebaldini è stata spesa nella composizione ed esecuzione di messe, antifone, mottetti, salmi, inni e pezzi per organo.

Non si limita, è bene affermarlo, solo alla musica sacra la sua poliedrica attività; egli ha collaborato, come critico musicale, a riviste specializzate, ha diretto concerti, ha trascritto antiche musiche ed è stato un apprezzato paleografo, docente di canto gregoriano e di organo presso Conservatori e non ha disdegnato il genere profano se di lui, secondo la testimonianza fedele di Anna Maria Novelli, permangono ben 46 titoli.

L’epistolario, per quanto ridotto nel tempo, solo sedici anni, e per il destinatario, quasi solo il collega Barbieri, ci permette di cogliere a pieno la personalità dell’artista, il suo carattere di assoluta moralità e di religiosità,  i pesanti ritmi del suo lavoro nonché le capacità organizzative, pur nella difficoltà dei mezzi economici, delle circostanze storiche e sociali della prima guerra mondiale, e nella limitata comprensione (e, in alcuni casi, anche incomprensione) dell’Amministrazione della Santa Casa. Si resta, a dir poco, stupefatti nell’apprendere che il direttore della Cappella è quasi sempre presente a Loreto e sono sporadiche le sue assenze per motivi di lavoro fuori regione o per motivi di salute, sua e dei suoi familiari; questa è stata sempre precaria e incerta per quanto manifesta al suo amico e collaboratore, come è stata precaria la salute della moglie e delle tre figlie (Lina, Marie e Anna Pia) morte a Loreto ancora in giovane età. Tebaldini conosce uno per uno tutti i nomi dei suoi coristi, giovanissimi e maturi; di ognuno sa il carattere, i pregi e i difetti, li sa dirigere, li sa educare, li sa rimproverare, se occorre. Un vero direttore, responsabile e competente, rispettato e temuto. Al Barbieri, che stima e consiglia, a cui confida i momenti di angoscia più che quelli di successo, si rivolge sempre con il “lei” come si addice a un diretto “subalterno e collaboratore”. Quando questi parte per il servizio militare effettivo in campo di guerra, aggiunge al proprio lavoro quello del suo vice ed è ogni volta lieto di conoscere buone notizie dal fronte anche perché è intimamente convinto della necessità e dell’utilità dell’intervento armato dell’Italia contro l’Austria. Come è profondamente addolorato quando apprende che la sua città natale, Brescia, è stata bombardata e vi sono stati morti e feriti,  così manifesta la sua gioia per la vittoria definitiva di Vittorio Veneto e sa essere anche sarcastico con la casa regnante degli Asburgo e la politica del Primo Ministro (“Che tremenda batosta! Ma chi l’avrebbe sognata un mese fa. Italia espressione geografica…e Austria oggi…espressione storica!”).Vero e autentico patriota, come lo era il suo amatissimo Verdi, che ha conosciuto e con cui è stato in ottimi rapporti.

 Che il testo, di 245 pagine, ben curato e artisticamente stampato, non sia solo la trascrizione fedele delle molte lettere di Tebaldini a Barbieri, ma anche una testimonianza dell’epoca, da leggersi per i risvolti di carattere regionale, nazionale, culturale e religioso, è documentato dalle ricchissime ed esaurienti notizie sui musicisti contemporanei del maestro, riportate in nota tutte le volte che sono citati all’interno di ciascuna missiva; è stata composta così dalla nipote Anna Maria Novelli e da  Luciano Marucci una piccola-grande storia della musica classica e sacra, sinfonica e operistica, corale e strumentale di un intero secolo. A volte i nomi degli artisti sono noti, come Verdi, Mascagni, Toscanini e Pizzetti, a volte meno per i modesti intenditori, ma chi volesse avere un quadro dell’arte musicale dalla metà del secolo XIX alla metà del XX, qui trova una gradevole enciclopedia. Se un giorno, ma questo è solo un augurio, la liturgia cattolica riscoprirà il tesoro nascosto della musica sacra delle Cappelle musicali di Venezia, di Padova, di Loreto, dirette dal maestro Tebaldini, e di altre composizioni coeve, anche questa ricerca avrà più importanza e valore di quanto possa averne oggi  in un momento di barbara ignoranza.

A conclusione, è necessario dire che per capire la personalità e l’arte del maestro Tebaldini non è certo sufficiente la lettura di questo epistolario; per tale ragione, a ben intendere l’una e l’altra occorrerebbe leggere altre lettere, pubblicate da Anna Maria Novelli, da Luciano Marucci e da altri con loro, come la corrispondenza tra Tebaldini e Verdi e la corrispondenza tra Tebaldini e la prof.ssa  Luisa Brancondi, tra lo stesso ed altri destinatari, edita, quest’ultima, nel 2001, sotto il titolo Per un epicedio, un’opera musicale concepita per onorare la tragica morte dei fratelli Brancondi a Loreto, durante la Resistenza. Quasi tutte queste ultime lettere del maestro furono scritte a S. Benedetto, da cui ormai non si muoveva più per l’avanzata età e per la precarietà della salute.

 

                                                                                              Tito Pasqualetti

 

 

23                                                                                  LA FIGURA DI GIOVANNI TEBALDINI

UN’INTENSA ATTIVITÀ NELLE MARCHE

 

Non si può dire che tra Brescia e le Marche vi siano stati, in generale, particolari collegamenti e scambi nel corso dei secoli; sul fronte storico-musicale, poi, il più significativo legame si attua solo molto tardi, nel primo ‘900, con il musicista e musicologo Giovanni Tebaldini (Brescia, 1864 – San Benedetto del Tronto, 1952).

Non potendo qui affrontare i vari aspetti della sua complessa personalità artistica e scientifica, mi limiterò a mettere a fuoco la sua opera di ‘riformatore’ ceciliano a Loreto, prendendo spunto dalla recentissima pubblicazione del volume Pagine inedite di un’identità musicale. Il carteggio lauretano Tebaldini-Barbieri (1910-1926), a cura di A. M. Novelli e L. Marucci (Loreto, Fondazione Carilo, 2006). Per capire la portata epocale dell’attività tebaldiniana a Loreto, bisogna brevemente accennare all’importanza primaria che – da sempre – la cappella musicale della Basilica lauretana, fondata da Giulio II nel 1507, ha avuto nell’Italia centrale, seconda solo alle cappelle pontificie romane, la Sistina e la Giulia, quest’ultima istituzionalizzata dallo stesso papa, di cui porta il nome, addirittura qualche anno dopo, nel 1513. Nella regione marchigiana, la cappella musicale della Santa Casa è stata sempre guardata come il faro che determinava gli orientamenti stilistico-musicali delle varie epoche, costituendo un vero e proprio vivaio di cantori, compositori e musicisti da cui attingere validi elementi da impiegarsi non solo in altre cappelle ecclesiastiche, ma anche nei teatri di tutta Italia e d’Europa, quando la professione di cantore sacro era compatibile con una pressoché parallela carriera operistica, vale a dire per tutto il ‘700 e il primo ‘800. Rinunciando a far nomi (ne risulterebbe solo un lungo e arido elenco), veniamo subito al periodo che qui ci interessa, cioè l’inizio del ‘900, momento storico in cui avveniva una svolta decisiva per gli orientamenti della musica sacra in Italia. In verità, il processo di cambiamento era già stato avviato nella seconda metà dell’‘800 nel più vasto ambito europeo dal “Movimento ceciliano”, a partire proprio dall’area tedesca in cui Tebaldini aveva completato la sua specializzazione in musica sacra; anche nell’Italia settentrionale vi erano state significative avvisaglie, anticipazioni e applicazioni parziali di una auspicata e auspicabile riforma da questo movimento ispirata. Ma fu il motu proprio, “Tra le sollecitudini” emanato da papa Pio X proprio nel giorno della festa di Santa Cecilia del 1903, a sancire canonicamente l’ingresso ufficiale delle idee riformistiche ceciliane nella musica della chiesa cattolica romana; e non solo l’accoglimento di esse, ma anche e soprattutto la traduzione pratica di queste idee in musica, con un drastico e decisivo cambiamento del repertorio musicale sacro nelle chiese italiane e della prassi esecutiva di esso. Ovviamente furono ancora una volta le maggiori chiese (in primis le basiliche romane, ma anche le cattedrali di importanti città come Milano, Torino, Genova, ecc., ovvero basiliche prestigiose come quella di San Marco a Venezia e santuari frequentatissimi come quello di Sant’Antonio a Padova) a fare da “apripista”: tra queste prestigiose istituzioni ecclesiastiche, cariche di secoli di storia musicale sacra, non poteva mancare, nell’Italia mediana vicina all’ambiente romano, la basilica-santuario di Loreto.

Le idee fondamentali della riforma ceciliana, con qualche necessaria semplificazione, possono riassumersi in due linee-guida principali: 1) la “purificazione” del repertorio musicale sacro corrente dalle contaminazioni stilistiche profane, soprattutto di natura operistico-melodrammatica; 2) la restaurazione di repertori storici come la polifonia di ascendenza palestriniana, da una parte, e il canto gregoriano, secondo le indicazioni esegetico-esecutive allora stabilite dai benedettini di Solesmes, dall’altra. Queste furono anche le direttrici tebaldiniane a Loreto. Ma come fu accolto questo rivoluzionario programma? Non certo senza ostilità, almeno all’inizio, da parte dei fautori dell’indirizzo stilistico fino ad allora osservato: non mancarono momenti difficili sul piano umano, nei rapporti tra il nuovo maestro e i componenti della cappella musicale, nonché con alcuni dirigenti amministrativi della stessa.

Nel suo insediamento in qualità di maestro di cappella, il primo atto ufficiale di Tebaldini – ma non poteva essere altrimenti – fu quello di sconfessare la tradizione musicale precedente, incarnata in loco dal compositore marchigiano Luigi Vecchiotti e dalla sua musica sacra: infatti sia il nome di questo musicista, allora ancora famoso, che aveva diretto la cappella musicale della Santa Casa dal 1841 al 1863, sia la sua musica – all’epoca occasionalmente eseguita dal suo successore ed allievo Roberto Amadei – ancora risuonavano sotto le volte del santuario mariano quando Tebaldini vi giunse. Così il nuovo maestro stigmatizzò impietosamente il Vecchiotti compositore sacro nel suo articolo Il “motu proprio” di Pio X (in “Rivista Musicale Italiana”, 1904); articolo che, a sua volta, suscitò l’indignata risposta del figlio del compositore denigrato, che diede alle stampe un opuscolo intitolato In difesa del maestro Luigi Vecchiotti (Urbino, 1905), prontamente ristampato in coda a un ulteriore libello antitebaldiniano intitolato Riforma e decadimento della cappella musicale lauretana (Loreto 1906), dovuto alla penna dell’avvocato Tito Maria Dupont (ma dietro c’erano anche l’ex sindaco della città mariana Domenico Santori e don Orlando Borromei) e indirizzato in forma di “Lettera aperta a SS. Pio X”. Questi i turbolenti e polemici inizi del magistero musicale del Tebaldini a Loreto.

A confermare il clima di quei primi anni lauretani, ma, stavolta, in senso di apprezzamento dell’opera del Tebaldini, ecco uno stralcio di una lettera inedita (cortesemente comunicatami da Anna Maria Novelli) a lui indirizzata dal sopra citato don Guerrino Amelli, già sacerdote regolare, poi monaco benedettino con il nome di Ambrogio, che fu superiore della storica abbazia cassinese:

 

Montecassino, 5 gennaio 1904

 

[...] Se io fui un semplice agitatore per la musica sacra e una voce che gridava nel deserto, ella ha già dato un nobile contributo alla restaurazione della musica sacra in Italia, con parole e con opere che altamente l’onorano.

Godo quindi assai che ella, posto sul candelabro musicale di Loreto, continui ora più che mai a spandere la luce benefica in codesta insigne Cappella ottenebrata purtroppo dal falso indirizzo e dall’infausto esempio del Vecchiotti d’imperitura memoria nella storia dell’estetica musicale per quel suo geniale ritrovato di collocare i timpani sotto il catafalco!... [...]

 

Per capire il riferimento ai “timpani sotto il catafalco” bisogna dire che Vecchiotti aveva composto una Grande messa funebre per i morti della battaglia di Castelfidardo, per soli, cori e orchestra, parte della quale nascosta entro un catafalco (questo grandioso Requiem fu eseguito a Loreto per le esequie dello stesso compositore, nel marzo 1863).

Ma anche nelle Marche ci fu chi si rese subito conto dell’importanza della riforma tebaldiniana. Per esempio, l’illustre musicologo Giuseppe Radiciotti (Jesi, 1858 – Tivoli, 1931) che, in un articolo comparso sulla “Rivista Marchigiana Illustrata” del 1907, pur riconoscendo le difficoltà contro cui Tebaldini ogni giorno si scontrava, mise in rilievo gli innegabili progressi e il rinnovamento del repertorio: “Tali risultati ottenuti in sì breve tempo [quattro anni] danno diritto a sperare che non sia lontano il giorno in cui da tutte le chiese marchigiane saranno banditi i duetti, i terzetti, le arie e le cavatine, la musica frivola e sensuale, per accogliere quella sola che è atta a disporre l’animo del credente al raccoglimento ed alla preghiera”.

Cominciato all’insegna dell’incomprensione, l’ultraventennale periodo lauretano del Tebaldini si rivelò infine ricco di soddisfazioni professionali, benché non privo di ulteriori momenti difficili, come in coincidenza della prima guerra mondiale, quando molti cantori vennero chiamati alle armi, con grave compromissione dell’attività della cappella. Allora, quasi a compensare la ridotta attività sul fronte artistico, Tebaldini decise, come già aveva fatto per la cappella antoniana di Padova, di delineare la storia della musica sacra a Loreto, attraverso il suo cospicuo e fino ad allora inesplorato archivio: ne scaturì il volume L’archivio musicale della cappella lauretana. Catalogo storico critico illustrato. L’importanza del lavoro fu subito còlta da illustri musicologi e critici dell’epoca. Ancora oggi, a distanza di quasi novanta anni, quest’opera rimane fondamentale ed esemplare per l’adesione dell’autore al dato storico, archivistico e bibliografico, che non gli impedì però di pronunciare anche acuti giudizi estetici. Tutto ciò è tanto più stupefacente se si pensa alle condizioni in cui lavorò il Tebaldini-musicologo: negli anni difficili dell’immediato primo dopoguerra, in ambiente di provincia, lontano da qualsiasi biblioteca specializzata, stretto dalle incombenze quotidiane del suo incarico.

In quest’ampio lasso di tempo, naturalmente, vi sono stati progressi nello studio storico e musicologico delle tematiche lauretane, ma molto resta ancora da fare. L’archivio musicale di Loreto, con le sue centinaia di brani di diversi autori dal XVI al XX secolo, resta infatti una vera e propria miniera ancora da sfruttare. Dico ciò con la piena coscienza dell’“addetto ai lavori”, per di più in un momento in cui l’imminente quinto centenario della fondazione della cappella musicale lauretana suscita fermenti positivi (si sta organizzando un convegno musicologico internazionale che sottolinei adeguatamente la storica ricorrenza, nell’ottobre 2007). Sarà dunque un’occasione speciale per ricordare anche Giovanni Tebaldini, il musicista-musicologo bresciano, ma marchigiano d’adozione, che resse le sorti della Cappella musicale di Loreto in un’epoca di grandi cambiamenti e trasformazioni nella storia e nei costumi della musica e della società italiana.

 Paolo Peretti

 

 

 

24                                                       Due testimonianze su Giovanni Tebaldini

RIVELÒ A PIZZETTI CHE COSA È LA MUSICA

 

L’ombra che continua ad oscurare la figura di Pizzetti si prolunga ancor più tenacemente attorno a quella di Giovanni Tebaldini la cui influenza sulla formazione del nostro musicista fu senza dubbio fondamentale, come testimonierà con riconoscenza lo stesso Pizzetti dicendo di avergli “rivelato per primo quale sia lo spirito della musica, cioè che cosa è la musica”. Tebaldini, bresciano di nascita, aveva rivolto la propria predilezione allo studio della musica antica, perfezionandosi in Germania e giungendo ad occupare un ruolo di grande prestigio culturale come direttore della Schola Cantorum della Basilica di San Marco a Venezia. Si deve a Verdi, che nutriva per il giovane studioso una stima non occasionale, se Tebaldini assunse, nel 1897, la direzione del nostro Conservatorio, l’elemento giusto, pensava il grande vecchio, affinché si potessero superare gli ostacoli a quelle riforme di cui la scuola musicale aveva necessità. Lo constatò subito Tebaldini nel rendersi conto di come l’insegnamento della musica prescindesse da qualsiasi riferimento storico e estetico. Si può capire come per il giovane Pizzetti, entrato due anni prima nella scuola, carico di fervore e di sogni, l’incontro con Tebaldini abbia rappresentato uno stimolo di straordinaria tensione. Netto fu subito l’indirizzo attuato dal nuovo direttore nell’intendimento di aprire un consapevole sguardo retrospettivo verso il nostro glorioso passato attraverso i corsi di canto gregoriano e di polifonia vocale e strumentale, iniziative destinate a scontrarsi con l’insensibilità e l’insofferenza dei più. Nella nostra scuola di composizione, dirà il giovane Pizzetti prendendo pubblicamente le difese sul giornale, “parlare di Canto gregoriano e di Polifonia, di Classici, di Palestrina, di Bach, di Beethoven, era come parlare arabo, perché in tutti noi c’era la inveterata credenza (acquisita in conservatorio) che si potesse far della musica senza bisogno di studiare quelle anticaglie, musica da conciliare il sonno.”. Si può così capire come l’impresa di Tebaldini sia stata una battaglia contro i mulini a vento, tanto che dovrà lasciare il campo dopo pochi anni, nel 1902, tra i fumi di una polemica in cui alla sordità dell’ambiente si mescolavano più oscure trame massoniche. Lasciata Parma, Tebaldini si stabilirà a Loreto dove dirigerà la Cappella Musicale della Basilica della Santa Casa fino al 1925. Una figura quella di Tebaldini che oggi possiamo ritrovare più segretamente attraverso la conoscenza della vastità del suo impegno, come studioso, organista, insegnante, compositore, testimone soprattutto di quel travaglio che nel Novecento ha investito la musica sacra nel difficile rapporto tra la tradizione e il presente. Grazie all’iniziativa del Centro Studi di Ascoli Piceno a lui dedicato, sta facendosi luce sul ruolo che ha avuto Tebaldini nel processo di riforma della musica sacra e più in generale sulle varie problematiche che andavano ad aprirsi sul versante liturgico e che un punto d’osservazione quale quello di Loreto rendeva particolarmente significative. In tale prospettiva assume una non marginale importanza la pubblicazione del Carteggio che Tebaldini ha intrattenuto con Corrado Barbieri  che dal 1911 al 1924 fu il vice direttore della stessa Cappella lauretana; dal 1924 al 1926 sarà insegnante presso il nostro Conservatorio prima di trasferirsi a Firenze. È uno spaccato minuto di una realtà che attraverso la cornice dell’istituzione va colorandosi di tante vicende, rese ancor più turbate dalla situazione della guerra e del dopoguerra che preme su quell’arco di anni con inquietudine e disagio. Un capitolo di una storia che ci guida nella particolarità di un tessuto sottilmente ramificato in cui si avverte il riflesso di una più trascolorante condizione culturale quale quella che l’Italia sta vivendo in quella stagione.

Un altro contributo alla conoscenza di Tebaldini viene da una piccola ma preziosa pubblicazione, promossa dall’Associazione Corale Culturale Filippo Marchetti di Camerino, dedicata ad una composizione che per i suoi contenuti e le stesse vicende creative appare un po’ come  la sintesi della visione poetica di Tebaldini. Si tratta dell’oratorio Caeciliae Nuptiae che Tebaldini si accinse a comporre nell’estate del 1898, destinandolo alla memoria della figlia Cecilia morta a soli quattro anni e sepolta nel piccolo cimitero di Vizzola di Taro dove Tebaldini spesso soggiornava. Le testimonianze del giovane Pizzetti che seguiva la nascita del lavoro ci dicono quale fosse il fervore che guidava il musicista e pure l’ansia di poterne ammirare gli esiti. Che invece tardarono, in quanto Tebaldini per quasi trent’anni accantonò il lavoro per riprenderlo solo nel 1930. Tebaldini che ha mantenuto un rapporto sempre stretto con Pizzetti, ormai divenuto una celebrità, lo tiene informato non nascondendogli le perplessità che nascono proprio da quella riscoperta del gregoriano intesa più come moda culturale che non come più profonda appropriazione: “…anche ai Malipiero, Respighi, e Casella i quali di un simile genere d’arte - giurerei - non han mai capito né capiscono ancora nulla”.  Poi c’è il confronto con Perosi, allora dominante e portatore anch’egli di una visione lontana dal suo sentire. Finalmente nel novembre del 1931 il “poemetto gregoriano” è compiuto, dedicato dal maestro a Pizzetti; il quale non potendo essere presente alla prima esecuzione veneziana, il giorno della festa di Santa Cecilia di quello stesso anno, si farà promotore di un’esecuzione a Milano nell’aprile del 1932. Alcuni anni dopo, nel settembre del 1941, Tebaldini farà dono della partitura autografa della prima versione a Pizzetti, oggi conservata presso la sezione musicale della Biblioteca Palatina: sull’ultima pagina si legge l’annotazione autografa: “Terminato di copiare a Tavernola il 15 settembre 1901 | durante le mie battaglie parmensi | col cuore in pena, ma saldo e fermo …”.

Gian Paolo Minardi

 

25                                                         Giovanni Tebaldini. Un direttore da Verdi a Pizzetti

 

L’ombra che continua ad oscurare la figura di Pizzetti si prolunga ancor più tenacemente attorno a quella di Giovanni Tebaldini la cui influenza sulla formazione del nostro musicista fu senza dubbio fondamentale, come testimonierà con riconoscenza lo stesso Pizzetti dicendo di avergli “rivelato per primo quale sia lo spirito della musica, cioè che cosa è la musica”. Tebaldini, bresciano di nascita, aveva rivolto la propria predilezione allo studio della musica antica, perfezionandosi in Germania e giungendo ad occupare un ruolo di grande prestigio culturale come direttore della Schola Cantorum della Basilica di San Marco a Venezia. Si deve a Verdi, che nutriva per il giovane studioso una stima non occasionale, se Tebaldini assunse, nel 1897, la direzione del nostro Conservatorio, l’elemento giusto, pensava il grande vecchio, affinché si potessero superare gli ostacoli a quelle riforme di cui la scuola musicale aveva necessità. Lo constatò subito Tebaldini nel rendersi conto di come l’insegnamento della musica prescindesse da qualsiasi riferimento storico e estetico. Si può capire come per il giovane Pizzetti, entrato due anni prima nella scuola, carico di fervore e di sogni, l’incontro con Tebaldini abbia rappresentato uno stimolo di straordinaria tensione. Netto fu subito l’indirizzo attuato dal nuovo direttore nell’intendimento di aprire un consapevole sguardo retrospettivo verso il nostro glorioso passato attraverso i corsi di canto gregoriano e di polifonia vocale e strumentale, iniziative destinate a scontrarsi con l’insensibilità e l’insofferenza dei più. Nella nostra scuola di composizione, dirà il giovane Pizzetti prendendo pubblicamente le difese sul giornale, “parlare di canto gregoriano, e di Polifonia, di Classici, di Palestrina, di Bach, di Beethoven, era come parlare arabo, perché in tutti noi c’era la inveterata credenza (acquisita in conservatorio) che si potesse far della musica senza bisogno di studiare quelle anticaglie, musica da conciliare il sonno.”. Si può così capire come l’impresa di Tebaldini sia stata una battaglia contro i mulini a vento, tanto che dovrà lasciare il campo dopo pochi anni, nel 1902, tra i fumi di una polemica in cui alla sordità dell’ambiente si mescolavano più oscure trame massoniche. Lasciata Parma Tebaldini si stabilirà a Loreto dove dirigerà la Cappella Musicale della Basilica della Santa Casa fini al 1925. Una figura quella di Tebaldini che oggi possiamo ritrovare più segretamente attraverso la conoscenza della vastità del suo impegno, come studioso, organista, insegnante, compositore, testimone soprattutto di quel travaglio che nel novecento ha investito la musica sacra nel difficile rapporto tra la tradizione e il presente. Grazie all’iniziativa del Centro Studi a lui dedicato di Ascoli Piceno sta facendosi luce sul ruolo che ha avuto Tebaldini nel processo di riforma della musica sacra e più in generale sulle varie problematiche che andavano ad aprirsi sul versante liturgico e che un punto d’osservazione quale quello di Loreto rendeva particolarmente significative. In tale prospettiva assume una non marginale importanza la pubblicazione del Carteggio che Tebaldini ha intrattenuto con Corrado Barbieri  che dal 1911 al 1924 fu il vice direttore della stessa cappella lauretana; dal 1924 al 1926 sarà insegnante presso il nostro Conservatorio prima di trasferirsi a Firenze. È uno spaccato minuto di una realtà che attraverso la cornice dell’istituzione va colorandosi di tante vicende, rese ancor più turbate dalla situazione della guerra e del dopoguerra che preme su quell’arco di anni con inquietudine e disagio. Un capitolo di una storia che ci guida nella particolarità di un tessuto sottilmente ramificato in cui si avverte il riflesso di una più trascolorante condizione culturale quale quella che l’Italia sta vivendo in quella stagione.

Un altro contributo alla conoscenza di Tebaldini viene da una piccola ma preziosa pubblicazione, promossa dall’Associazione Corale Culturale Filippo Marchetti di Camerino, dedicata ad una composizione che per i suoi contenuti e le stesse vicende creative appare un po’ come  la sintesi della visione poetica di Tebaldini. Si tratta dell’oratorio Caeciliae Nuptiae che Tebaldini si accinse a comporre nell’estate del 1898, destinandolo alla memoria della figlia Cecilia morta a soli quattro mesi e sepolta nel piccolo cimitero di Vizzola dei Taro dove Tebaldini risiedeva. Le testimonianze del giovane Pizzetti che seguiva la nascita del lavoro ci dicono quale fosse il fervore che guidava il musicista e pure l’ansia di poterne ammirare gli esiti. Che invece tardarono, in quanto Tebaldini per quasi trent’anni accantonò il lavoro per riprenderlo solo nel 1930. Tebaldini che ha mantenuto un rapporto sempre stretto con Pizzetti, ormai divenuto una celebrità, lo tiene informato non nascondendogli le perplessità che nascono proprio da quella riscoperta del gregoriano intesa più come moda culturale che non come più profonda appropriazione: “…anche ai Malipiero, Respighi, e Casella i quali di un simile genere d’arte – giurerei - non han mai capito né capiscono ancora nulla”. Poi c’è il confronto con Perosi, allora dominante e portatore anch’egli di una visione lontana dal suo sentire. Finalmente nel novembre del 1931 il “poemetto gregoriano” è compiuto, dedicato dal maestro a Pizzetti; il quale non potendo essere presente alla prima esecuzione veneziana, il giorno della festa di Santa Cecilia di quello stesso anno, si farà promotore di un’esecuzione a Milano nell’aprile del 1932. Alcuni anni dopo, nel settembre del 1941, Tebaldini farà dono della partitura autografa della prima versione a Pizzetti, oggi conservata presso la sezione musicale della Biblioteca Palatina: sull’ultima pagina si legge l’annotazione autografa: “Terminato di copiare a Tavernola il 15 settembre 1901 / durante le mie battaglie parmensi / col cuore in pena, ma saldo e fermo …

Gian Paolo Minardi

 

 

 

26                  DUE MUSICISTI BRESCIANI: MARCO ENRICO BOSSI E GIOVANNI TEBALDINI

UNA LUNGA E SINCERA AMICIZIA

 

Marco Enrico Bossi (Salò, 1862 - traversata New York-Le Havre, 1925) e Giovanni Tebaldini (Brescia, 1864 - San Benedetto del Tronto, 1952), che in vita erano stati legati da sincera amicizia, dall’attività artistica e da ideali estetici ed etici, si sono ritrovati in un CD, edito di recente da “La Bottega Discantica” di Milano con il titolo Sonate Italiane, comprendente quattro pezzi per organo composti nell’arco di un trentennio: Sonata n. 1 in re magg, op. 60 (1888) di Bossi; Sonata per organo e coro, op. 26 (1901) di Tebaldini; Sonata n. 6 (1908) di Filippo Capocci; Sonata n. 2 “Cromatica” (1917) di Alessandro Yon.

Il brano di Bossi, da lui eseguito per la prima volta nel Duomo di Como (1888) durante il concerto d’inaugurazione dell’organo Bernasconi, è strutturato in tre tempi con “soluzioni coloristiche di assoluta novità”. Ardito il Finale in cui si incontrano le tonalità più distanti.

Quello di Tebaldini, diviso in quattro tempi, è ispirato al corale “Herzliebster Jesu”. Rimasto inedito, è stato pubblicato nel 2005 da “Carrara” di Bergamo nell’edizione critica del musicologo Dino Rizzo di Busseto ed ha destato un certo interesse presso gli specialisti del settore. Le esecuzioni si devono al noto organista M° Giovanni Feltrin e al CoroinCanto diretto dalla cantante Marina Bottacin.

Il Cd è stato presentato il 2 dicembre scorso a Treviso, nel corso di un concerto tenuto nella Cattedrale, alla presenza di un pubblico numerosissimo che ha apprezzato la qualità delle sonate e la professionalità degli interpreti.

Bossi e Tebaldini si conobbero al Conservatorio di Milano nel 1883. In un plumbeo pomeriggio di novembre, mentre Tebaldini - ancora allievo - si stava esercitando all’organo, entrò il giornalista Giovan Battista Nappi (poi critico de «La Perseveranza») in compagnia di Bossi e lo presentò al giovane che “intuisce ben presto d’essersi incontrato con un artista superiore, capace d’illuminare non soltanto la propria via, ma pur quella che dovranno percorrere gli altri”1. Quando nel 1885 la rivista «Musica Sacra» andò in crisi per il ritiro di Don Guerrino Amelli nell’Abbazia di Montecassino, Tebaldini, che era uno dei principali redattori, convinse l’amico Bossi a rilevare la testata con la comproprietà di Giuseppe Terrabugio e del Conte Francesco Lurani.

La comune passione per l’organo e la partecipazione ai collaudi di quelli liturgici dopo il restauro (necessario per eseguire determinate composizioni), l’impegno nell’attuazione della riforma della musica sacra, l’adesione al movimento ceciliano, la nomina a membri della Commissione Permanente per l’Arte Musicale del Ministero della Pubblica Istruzione, fecero incrociare spesso le loro strade e dettero coesione al rapporto personale.

Tebaldini racconta2:

 

“[…] In parecchie circostanze il Bossi mi fu compagno nei passi percorsi durante la mia carriera artistica. E l’ebbi accanto a me ripetutamente, in occasioni solenni e memorabili sotto le volte dorate del magico San Marco di Venezia ed ancora più tardi a Sant’Antonio di Padova. Né posso tacere che nel settembre del 1892, mentre egli occupava il posto di professore d’organo al Conservatorio di Napoli, trovatici assieme in un ameno paesello sulle rive dell’Adda [Vaprio], a me caro per affetti familiari, in pochi giorni, dividendoci il lavoro, compiemmo quella Messa pro Defunctis che, presentata al concorso indetto dalla R. Accademia Filarmonica Romana, venne poscia premiata e prescelta per l’esecuzione che ebbe luogo sotto la nostra direzione nel gennaio successivo al Pantheon pei funerali [messa annuale in suffragio] di Vittorio Emanuele II e che costituì - dirò così - il nostro debutto nell’ambiente musicale di Roma. Di poi [1894] lavorammo ancora assieme a quel Metodo di studio per l’organo moderno[3] che fece testo nelle scuole d’Italia e che pur all’estero venne accolto con favore e consenso. Chiamato nel 1895 alla direzione del Liceo Marcello di Venezia, dove a me compagno nelle esecuzioni in San Marco aveva il Bossi lasciato di sé grato e vivo ricordo come artista superiore, fu per mia sollecitudine che - svelatagli la grandiosa bellezza della Trilogia dei Pirenei di Felipe Pedrell, appena allora recata da un viaggio in Ispagna - si accinse a far eseguire quel superbo Prologo che illustrato, assieme al resto dell’opera grandiosa del maestro catalano, da una mia calorosa esegesi, meravigliò e sorprese il pubblico veneziano[4]”.

 

Purtroppo Bossi morì il 21 febbraio 1925 per una meningite fulminante, a seguito di una otite mal curata, mentre si trovava sul vapore Degrasse.

Tebaldini un mese dopo, per incarico dell’Associazione “Alessandro Scarlatti” di Napoli, tenne una sentita commemorazione “ridestando, in breve, con animo commosso e efficace parola, tutte le memorie riferentesi alla vita artistica di chi gli fu, più che amico, fratello”5. Nel mezzo del suo discorso rievocava i tempi milanesi quando

 

“[...] si battagliava anche contro il parere di alcuni nostri insegnanti, onde persuadere i costruttori d’organi a concedersi le due tastiere di sessant’un tasti; i registri intieri; la pedaliera cromatica di trenta, od almeno di ventisette pedali, onde ne fosse dato tentare di metterci in grado di poter imparare a conoscere la letteratura organistica che in Italia era rimasta, sino ad allora, libro chiuso ed intonso per tutti. E dal Conservatorio - non dalla scuola, purtroppo - ma dai corridoi, dai cortili, dalla piazza circostante (Amori et dolori sacrum dice l’epigrafe posta sulla facciata della Chiesa della Passione: epigrafe che divenne quasi la nostra divisa), dalle borgate della provincia in cui, alla domenica, andavamo guadagnandoci il poco pane necessario al sostentamento della settimana; di là, e per opera di pochi, incominciò quell’azione assidua, perseverante e tenace che in Enrico Bossi ebbe il suo massimo esponente: azione la quale doveva portare - finalmente - alla instaurazione in Italia di una vera scuola organistica e, conseguentemente, alla rivelazione ed alla creazione di tutto un nuovo mondo di arte pura”6.

 

Tebaldini, tra altri episodi narrati, accenna all’opera di Bossi Il Veggente, dalla “concezione musicale ardita; piena di slancio e di passione” che, rappresentata al Dal Verme di Milano nel 1890, sollevò vivaci polemiche

 

“pel soggetto in esso preso a trattare. In breve il Bossi, afflitto, ma rassegnato, per le mie insistenze convenne intorno alla necessità di ritirare la propria partitura. [...] Fui vicino al Bossi in quelle ore combattute e mi gode l’animo di ricordare che, forse, la mia parola confortatrice ha valso, malgrado l’amaro disinganno, ad infondergli fiducia nel proprio avvenire”7.

 

Una lunga corrispondenza li aveva tenuti in contatto anche quando erano agli antipodi per motivi di lavoro. Reciprocamente si sono dedicati delle composizioni: Arrilia di Bossi a Tebaldini; Veritas mea e Marche grave (da Trois Pièces d’Orgue) di Tebaldini a Bossi.

Negli ultimi anni la loro produzione musicale è divenuta oggetto di studi e di esecuzioni.

Di Bossi nel 2005 è andata in scena, al Teatro Comunale di Bologna, l’opera Malombra; è in corso la realizzazione dell’Opera Omnia delle sue composizioni organistiche, che occuperà ben nove volumi, a cura del prof. Andrea Macinanti e di altri esperti per l’editore Carrara di Bergamo; varie sono le registrazioni di musiche cameristiche.

Di Tebaldini si va riscoprendo la produzione sacra e profana. Ultimamente, nell’ambito del Festival Internazionale Settembre in Musica di Ascoli Piceno l’organista croata Ljerka Ocic ha eseguito Trois Pièces d’Orgue, op. 16  nn. 1-2-3 del 1896. Nell’ottobre scorso, per il quinto centenario della costituzione della Cappella musicale di Loreto, in un Convegno Internazionale si è dato particolare rilievo all’azione di rinnovamento da lui intrapresa negli anni del suo direttorato (1902-1925). Il 16 dicembre, a chiusura delle celebrazioni, nella Basilica della Santa Casa c’è stato un concerto con opere di due ex direttori della Cappella: Francesco Basily e Giovanni Tebaldini. Di quest’ultimo è stata riproposta la Missa Solemnis in honorem Sancti Antonii Patavini (per organo e voci del 1895), nella versione per orchestra e coro (1899) di Ildebrando Pizzetti, che Tebaldini volle valorizzare quando era suo allievo prediletto al Conservatorio di Parma. Il direttore Lamberto Lugli ha riportato alla luce l’unica partitura esistente, conservata presso la Sezione musicale della Biblioteca Palatina di Parma. Attualmente il Centro Studi e Ricerche “Giovanni Tebaldini” di Ascoli Piceno collabora con la Fondazione Ugo e Olga Levi di Venezia, che sta effettuando il catalogo tematico delle opere musicali di Tebaldini e ha deliberato di inventariare l’intero Fondo, conservato nel “Centro”, compresi i materiali donati dal maestro all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Brescia e alla Sezione musicale della Biblioteca Palatina di Parma.

Anna Maria Novelli

 

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1.  GIOVANNI TEBALDINI, Un nido di Memorie (II), «L’Italia», 11giugno 1942.

 

2.  GIOVANNI TEBALDINI, Enrico Bossi, «L’Idea Nazionale», 3 febbraio 1916. L’articolo fu pubblicato in occasione della nomina di Bossi a direttore del Conservatorio S. Cecilia di Roma.

 

3.  Tebaldini curò la parte teorica e storica. L’edizione, ristampata per più di cento anni, è tuttora nel catalogo della Carisch di Milano.

 

4.  Al riuscito concerto seguì un suntuoso ricevimento nel Palazzetto dell’artista spagnolo Mariano Fortuny, dove solitamente si riunivano gli intellettuali veneziani. Tra gli assidui frequentatori vi erano anche Bossi e Tebaldini.

 

5.  Commemorazione di M. E. Bossi, «L’Arte Pianistica», a. XII, n. 3, Napoli, febbraio 1925, p. 6.

 

6-7.  Stralci dal Discorso commemorativo di Marco Enrico Bossi, tenuto da Tebaldini alla Sala “Maddaloni” in Napoli il 24 marzo 1925, pubblicato su «L’Arte Pianistica», n. 4, Napoli, aprile 1925.

27                                                       Il classico in discoteca. Un raro CD

TEBALDINI, UNA  «SONATA»  PER RISCOPRIRE L’ARTISTA AMATO DA VERDI E PIZZETTI

 

Un raro disco prodotto da «La bottega discantica», dedicato alla nostra produzione organistica agli inizi del ‘900, ci offre la felice opportunità di ascoltare una pagina di ampio respiro quale la «Sonata per organo e coro» di Giovanni Tebaldini, una personalità complessa di musicista e di studioso che l’inesorabile crivello del tempo ha lasciato in ombra oscurandone l’importanza. Tebaldini è stato infatti uno dei pionieri impegnati nel recupero delle nostre grandi tradizioni, dal gregoriano a Palestrina, e tale insegnamento ha trasfuso nei suoi allievi, primo fra tutti il nostro Pizzetti che gli fu devoto negli anni di apprendistato presso il nostro Conservatorio la cui direzione, per suggerimento di Verdi, fu appunto affidata a Tebaldini; esperienza esaltante quanto amara per il musicista bresciano il quale si scontrò con un ambiente ostile alle sue illuminate aperture e alla fine dovette abbandonare il campo. Proprio in quel periodo travagliato nasce la «Sonata» (edita ora a cura di Dino Rizzo), testimonianza significativa dell’impegno di Tebaldini quale animatore del movimento ceciliano, teso a ridare alla musica sacra quella dignità che nell’Ottocento le infiltrazioni melodrammatiche avevano non poco insidiato; e al tempo stesso a collegarsi con le più avanzate esperienze d’oltralpe, in parallelo all’attenzione che i vari Martucci e Sgambati avevano rivolto al grande sinfonismo tedesco. Caratteri che si possono ben rilevare nella densa tessitura della «Sonata», con l’originale inserzione nel primo e quarto movimento del coro (pochi anni dopo Busoni l’avrebbe ripresa nel suo monumentale Concerto per pianoforte e orchestra) e nella sensibile trama della visione armonica. Il quadro svelato da questa bella pagina si illumina ulteriormente con le altre composizioni proposte nel disco, le Sonate di Filippo Capocci e di Pietro Alessandro Yon e in particolare quella di un altro importante testimone delle ansie del proprio tempo quale fu Marco Enrico Bossi che con Tebaldini divise la redazione dell’ ancor oggi fondamentale «Metodo teorico-pratico per organo». Il tutto affidato alla sapiente esecuzione sullo strumento della Cattedrale di Treviso di Giovanni Feltrin.  

                                                                                                                                                        g.[ian]p.[aolo]m.[inardi]

 

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