Alessandro Scarlatti

 

 

[…] Dalle cose dette, s’intende chiaramente come fosse indispensabile che al nome del gran maestro antico, dal quale la nuova Associazione ha tratto i suoi favorevoli auspicii, se ne aggiungesse subito uno che, fra quelli dei maestri viventi, desse affidamento sicuro che il bel sogno d’arte, lungamente vagheggiato, sarebbe divenuto in breve realtà magnifica e concreta. E il nome di Giovanni Tebaldini venne spontaneamente alla bocca di tutti coloro – e sono legione – i quali conoscono l’eccezionale competenza, unica anzi nel gener suo, il geniale intelletto, l’indomita energia dell’insigne maestro bresciano.

Siamo dunque certi di far cosa grata ai tanti nostri concittadini, che amano la musica e ne onorano gl’interpreti più eletti, aggiungendo alcune notizie che valgano a rendere meglio nota ed anche più cara la figura del maestro Tebaldini, che tanta ammirazione ha saputo suscitare anche fra noi e tanta simpatia conquistarsi, venendo appunto ad assumere la direzione dei primi concerti della “Scarlatti”; per i quali ha saputo scegliere programmi, che da soli attestano tutto il suo finissimo gusto e la sua consumata perizia e dei quali occorre pubblicamente ringraziarlo per le fonti d’alto diletto che ha dischiuso a noi.

La caratteristica più simpatica della vita di Giovanni Tebaldini è ch’essa è stata tutta una battaglia d’italianità.

Quest’uomo, il quale, poco più che ventenne, si dovette inscrivere come alunno alla famosa “Kirchenmusikschule” di Ratisbona, per imparare a conoscere intimamente il grande Palestrina e le opere massime dei polifonisti italiani; quest’uomo, ch’ebbe a sperimentare l’indiscutibile competenza di maestri quali l’Haberl e l’Haller, dovendo così convincersi della quasi esclusività che la Germania, prepotente nella dottrina come nel resto, si era riservata dei nostri musicisti antichi; quest’uomo, che aveva veramente nelle sue vene il sacro fuoco inestinguibile, sentì chiara ed irresistibile la sua missione: rivendicare alla patria la conoscenza profonda, l’interpretazione esatta, la diffusione continua, l’origine pura di tante più o meno spurie derivazioni, la proprietà inalienabile d’una delle parti più belle, più caratteristiche, più vaste del grande patrimonio artistico nazionale. Ognuno che abbia, in generale, pratica del mondo e in particolare della nostra bella Italia, intende, senza bisogno di molte parole, quali lotte, e però quali amarezze, ma anche quali dolcezze, avesse l’attuazione di un programma così fulgente dei maggiori ideali che accendano mai il cuore dell’uomo: l’amor della patria e dell’arte, indissolubilmente congiunti. Noi italiani, infatti, prima che la guerra ci desse chiara coscienza del nostro valore eravamo, generalmente come gran signori, i quali, avendo coscienza di possedere un retaggio inesauribile, ne avessero troppo spesso, un poco per inerzia, un poco per vaghezza di cose nuove, trascurato l’esatta valutazione, lasciando agli altri la cura di farlo, a spese nostre naturalmente; e se qualcuno ci ammoniva a mostrarci più rigidi, più gelosi custodi del nostro bene, a riformare, a rinvigorire la nostra rallentata disciplina artistica erano clamori di sdegno, erano guerre dichiarate ai pionieri di queste sacrosante idee. Ma Giovanni Tebaldini aveva la tempra di tutti coloro che sanno mettere la loro vita al servizio d’un’idea, come un apostolato: a ventidue anni, prima ancora che si recasse in Germania, le sue idee erano già ardite e rese più salde dalla conoscenza col famoso Padre Amelli, il promotore della riforma della musica sacra. Redattore assiduo e battagliero della Musica Sacra, e collaboratore della Gazzetta Musicale, e critico musicale della Sentinella bresciana e de’ La Lega Lombarda il Tebaldini accese intorno a sé vivaci polemiche d’arte, una delle quali gli valse, l’espulsione dal Conservatorio milanese. Ma, per gli uomini di alto ingegno e di carattere forte e virile, l’opposizione, anche se diventi talora persecuzione, è stato in ogni tempo incentivo a maggiori imprese, e per il Tebaldini, come per altri, fu la fiaccola che gli mostrò chiara e splendente la via dell’avvenire. E abbiamo ora accennato quale fu la missione ch’egli assegnò alla sua vita, nel tempo in cui stette in Baviera, in quella vigilia d’armi buone che fu il suo soggiorno nella storica città danubiana.

E così, tra le fiamme, si tempravan le forze di questo nobile musicista: ed egli rientrò in patria, con la nomina di maestro della Schola cantorum da instituirsi presso la Cappella di S. Marco in Venezia, ove, però fra lotte e difficoltà aspre e incessanti riuscì a introdurre tutte quelle riforme fondamentali che s’erano rese necessarie ed ove potette dare il suo primo saggio solenne di canto gregoriano e di polifonia vocale, che, sotto le volte della Basilica d’oro, parve una rivelazione. Lasciando poi suo degno successore don Lorenzo Perosi, il maestro Tebaldini passò quindi alla direzione della Cappella Antoniana di Padova, ove, per le feste centenarie del Santo, instituì la nuova cappella, ottenne la costruzione del nuovo grandioso organo, preparò importanti concerti di musica sacra dei maestri antichi dell’Antoniana, da Costanzo Porta a Francesco Vallotti.

Fu quindi nominato, in seguito a concorso, direttore del R. Conservatorio di musica di Parma, e Giuseppe Verdi, che ben conosceva e stimava il valore del Tebaldini, gli scrisse le seguenti significative parole: “Mi è caro rivolgermi a Lei, direttore del Conservatorio di Parma, e più mi rallegro con quell’Istituto, che avrà in Lei un artista che saprà vincere gl’inevitabili ostacoli alle riforme di cui abbisogna”. E le riforme praticate furono, infatti, assai e durature, tali che Ildebrando Pizzetti, il quale del Conservatorio di Parma fu allievo fino al 1901, ebbe a proclamare che “gli anni di direttorato del Tebaldini furono quelli in cui l’istituto diede frutti quali non aveva mai dato prima e quali certo non ha più dato dopo”. Ma gli amanti della routine e le rabbie politiche si levarono contro Giovanni Tebaldini, come a Pesaro i nemici di Pietro Mascagni (la cui difesa ufficiale è un’altra prova dell’adamantino carattere del Tebaldini), e, dal 1902, il maestro Tebaldini ha assunto la direzione musicale della Cappella di quell’alma Casa di Loreto, da lui tramutata anche in un sacrario dell’arte più eletta.

Queste le tappe maggiori della vita del nobilissimo artista; ma in quante conferenze, un centinaio circa [in verità, oltre 170 fino alla sua scomparsa], e pubblicazioni (fra cui quella pregevolissima fra tutte sul Palestrina) e giornali, grandi e piccoli, quotidiani e settimanali e mensili, egli non ha affermato i suoi propositi, non mai smentiti un istante, il suo intelletto sempre aspirante a cose maggiori? E, delle sue pubblicazioni sacre, chi non ha udito parlare con ammirazione delle sue Messe (rammento fra l’altre quella scritta in collaborazione di E. Bossi per le annuali esequie del re Umberto [erano per Vittorio Emanuele II] al Pantheon) e dei suoi Offertorii? Della sua attività di trascrittore e riduttore noi abbiamo già avuto saggio, ammirando la magistrale trascrizione e riduzione in partitura moderna della Rappresentazione d’anima e corpo d’Emilio de’ Cavalieri, e la fuga in sol minore di Frescobaldi e la Sonata per archi, oboe ed organo del Bassani; ma, accanto a queste, altre ancora stanno a testimoniare l’instancabile operosità e il sicuro gusto di questo artista, tra le quali la trascrizione dell’Euridice, il melodramma del Peri e del Caccini, composto nel 1600, in occasione del matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV. Ed altro, altro ancora avrei da aggiungere di questo artista veramente insigne e che veramente onora l’Italia nostra, ma basti, per oggi, in questo cenno ch’era un doveroso omaggio al maestro col quale il pubblico, dopo averlo ammirato in tre concerti, avrà certo gradito di stringere più intima conoscenza spirituale.

Terminando, dunque, come abbiamo cominciato, noi ci rallegriamo con la “Scarlatti” che ha saputo ridestare così vive e belle emozioni, e che già prepara, dopo questi un concerto di musica tutta napoletana, alla cui direzione sarà chiamato un giovane e valoroso artista nostro: Gennaro Napoli.

 

Dioscuro1

 

(stralcio da “La Nuova Rivista”, maggio-giugno 1919, pp. 22-23)

 

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1.  Dioscuro: autore non identificato.

 

 

 

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